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P. Alessandro Viano SJ

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P. Alessandro Viano SJ

Il giorno in cui decisi di intraprendere la vita religiosa, mi trovavo a Viù, nelle valli di Lanzo, su un prato a pochi passi da Villa Rossi, che a quel tempo apparteneva all’Istituto Sociale di Torino. L’immagine biblica che descrive al meglio quel momento, è l’episodio della lotta di Giacobbe con Dio (Gn 32, 23-33). Non era notte, come nel racconto biblico, ma ricordo la nebbia che saliva e sembrava mettermi di fronte al fatto che stavo facendo un bel salto nell’ignoto. Eppure ricordo ancora la profonda pace e la gioia incontenibile che mi riempirono subito dopo la determinazione interiore di accogliere la chiamata del Signore. Proprio come nell’episodio di Giacobbe in quella lotta trovai la benedizione della mia vita.

E la mia vita cambiò, nel giro di pochi mesi, da studente della Facoltà di Fisica di Torino, mia città natale, a gesuita in formazione e cittadino del mondo. Già, i gesuiti…

Avendo studiato per 13 anni all’Istituto Sociale, entrare nella vita religiosa per me coincideva col diventare gesuita. In effetti, gran parte di ciò che sono, è stato dono del Signore attraverso la Compagnia di Gesù ed è un ulteriore dono per me poter restituire qualcosa attraverso la stessa via.

Ho conosciuto i gesuiti a sei anni, in prima elementare, attraverso gli occhi vivaci di Padre Boschi. Non avevo la più vaga idea di cosa fosse un gesuita ma i suoi racconti pieni di umanità “mi piacevano un sacco”. Gli anni di scuola all’Istituto Sociale sono stati un prezioso tempo di semina. In quella scuola, ho incontrato persone profondamente significative per la mia vita e ho respirato valori che ora sono parte di me e alimentano la mia vocazione: l’amicizia, la schiettezza, l’onestà, la passione per la conoscenza e soprattutto il rispetto per la persona nella sua totalità. L’altro grande dono ricevuto in quegli anni, specialmente durante la scuola superiore, è la fede, intesa come il rapporto sincero ed intimo con il Signore.

Padre Granzino e il gruppo pre-CVX (Comunità di Vita Cristiana) furono un aiuto eccezionale in questa crescita. Benché in effetti, le mie energie erano maggiormente dirette ai successi sportivi e scolastici. Ero un po’ malato di perfezionismo e, in tutto quel che facevo, mi ritenevo in dovere di eccellere, forse perché non mi ritenevo degno dell’affetto e della stima degli altri e così cercavo di strafare per meritarlo. In particolare ero geloso della mia immagine morale, cosa che, di fatto, mi portava a non coinvolgermi davvero nelle relazioni personali e contribuiva a costruire un muro di protezione al mio “castello”, da cui giudicare gli altri.

Grazie al Signore il castello cadde e scoprii che accettando gli altri per ciò che erano, accettavo soprattutto la mia imperfezione e che nonostante tutti i miei limiti, ero degno di amore e stima. Interiormente fu una rivoluzione. Esteriormente la mia vita continuava a procedere tra studio, sport e amici, ma la mia visione del mondo era diversa. Non percependone più il peso sulle mie spalle, tutto appariva più gradevole e leggero, compreso il futuro.

Tuttavia l’idealismo e il perfezionismo si mostravano sotto altre forme come ad esempio la scelta dell’indirizzo universitario. Dopo la maturità scientifica, ottenuta nel ’94, scelsi Fisica, che ai miei occhi era la “regina” delle scienze e certamente una delle Facoltà più difficili, dunque perfetta per me. E ancora una volta mi scontrai con i miei limiti. Ma soprattutto mi scontrai col fatto che il mio reale interesse dimorava altrove.

Quando terminai il liceo arrivò al Sociale Padre Cambiaso con cui iniziai a collaborare per l’animazione dei gruppi liceali e le attività estive. A lui si aggiunse, l’anno seguente, Jean Paul Hernandez. Il loro entusiasmo contagioso, la loro libertà, il loro modo di impegnarsi per il Regno e di amare le persone mi attraevano. E io mi trovai a pensare seriamente che forse avrei potuto essere gesuita anch’io. Fino ad allora davo per scontato che la mia strada fosse ben altra: un premio Nobel per la fisica e una bella famiglia!

Intanto, continuavo a coltivare i miei hobby, in particolare la mia passione per la montagna e l’arrampicata; non mancava mai il tempo per stare cogli amici di sempre. A ciò si aggiungevano i molteplici impegni con la CVX, col Centro Michele Pellegrino in via Barbaroux (un centro per studenti universitari fondato dal p. Giordano ed un manipolo di ex-alunni fra cui il sottoscritto), e varie altre cose. Dunque il tempo dedicato allo studio, cioè al mio “dovere” quotidiano, non era certo adeguato. Ma più che pigrizia o mancanza di capacità, la realtà consisteva semplicemente nel fatto che il mio cuore era altrove.

L’esperienza degli Esercizi Spirituali ignaziani mi aiutò a rendermi conto di tutto questo e a fare luce sui miei desideri più profondi. La chiamata a diventare gesuita non era soltanto una mia suggestione, nata dal fatto che passavo troppo tempo con loro, ma una proposta che percepivo sempre più reale. La grossa resistenza era il desiderio di costruire una famiglia cui mi risultava difficile rinunciare. Nonostante i miei fallimenti affettivi, che alimentavano l’inconsapevole convinzione di non essere degno d’amore, continuavo a sognare la storia perfetta.

Decisiva fu l’esperienza di un campo di lavoro a Sarajevo nel ’97, poco dopo la guerra civile in Bosnia. Facevo animazione ai bambini, perlopiù musulmani, in uno dei quartieri più disastrati della città. Il gruppo di volontari era letteralmente preso d’assalto per la gioia e per la fame d’affetto. Io mi sentivo come un panino mangiato da quei bambini ed era la sensazione più bella della mia vita. A coronare l’opera, in quelle settimane finì la mia collezione di insuccessi in campo affettivo. La relazione che vissi con gioia nei mesi successivi con una volontaria del campo, fu di grande importanza per vincere la sensazione di fallimento e scoprire che qualcuno potesse volermi bene per ciò che ero. Ma soprattutto diventai consapevole del fatto che ciò che rende felici non è la perfezione delle cose ma la loro concretezza. Attendere che qualcosa sia perfetto e sicuro prima di scegliere e decidere significa vivere alla finestra e guardare la vita degli altri. Il che è frustrante e genera infelicità.

E la mia vocazione? Avevo la sensazione di aver detto di no al Signore, ma ciò che trovai sorprendente fu che mi sentivo felice e benedetto da Dio. In tal modo scoprii di essere libero davvero e che non ero obbligato a dire di “sì” al Signore come invece, da buon perfezionista morale, ero convinto.

Così, l’anno seguente, tornato single, l’idea di diventare gesuita tornò con forza e mi trovò con una ben diversa consapevolezza. Sentivo la chiamata come una proposta entusiasmante fatta con entusiasmo, a cui ero assolutamente libero di rispondere positivamente o meno. Quell’anno tutto cominciò a diventarmi stretto: dallo studio alla famiglia, a tutto il resto. Avevo voglia di spiccare il volo.

La spinta finale maturò nel cammino proposto quell’anno dal padre Gola al mio gruppo CVX, che si concluse col ritiro di Viù di cui parlavo all’inizio.

Il 18 ottobre 1998, a 23 anni, ho iniziato la formazione in Compagnia a Genova. Dopo la filosofia a Padova, ho vissuto il mio magistero a Milano, presso il Leone XIII. Qui ho trascorso due anni ricchissimi a contatto con le realtà gesuitiche milanesi dove è maturato sempre più il desiderio di lavorare con i giovani. Le esperienze che ho vissuto in Compagnia sono molto varie, ma la presenza dei giovani nel mio apostolato sembra essere il denominatore comune.

I miei interessi principali, accanto alle passioni per la montagna e per il cinema, ci sono la Bibbia e le tecniche attive. Ho sempre avuto un gusto particolare per la Bibbia e a Milano ho potuto approfondirne la conoscenza imparando ad assaporarne la profondità grazie alla comunità di Villapizzone. Ora, dopo gli studi teologici a Napoli, sto studiando per la licenza in Teologia Biblica alla facoltà dei gesuiti a Cambridge in Massachusetts. Invece l’interesse per le tecniche attive, nasce a Selva di Val Gardena, facendo l’animatore ai minicorsi per gli adolescenti: linguaggio simbolico, giovani e montagna… al Capriolo trovo il mio ambiente ideale… Inoltre, con la guida del p. Beppe Bertagna, ho imparato ad utilizzare assieme questi due strumenti assai efficaci, Bibbia e tecniche attive. Anche in questo caso ciò che si è rivelato utile per la mia crescita personale, può contribuire ad aiutare altri nell’incontrare il Signore e la sua Buona Notizia. Questo, in effetti, è il desiderio profondo che mi ha attratto sulle orme di Sant’Ignazio.

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