gesuiti.it
Provincia d'Italia della Compagnia di Gesù
facebookTwitterGoogle+
P. Gaetano Piccolo SJ

P. Gaetano Piccolo SJ

P. Gaetano Piccolo SJ

Info

Gaetano Piccolo SJ

Domande galeotte

Fin da ragazzo ho avuto il brutto vizio di farmi troppe domande. E questa è sicuramente una delle ragioni per cui varie volte nella vita mi sono trovato nei guai! La prima volta in cui le mie domande furono galeotte avevo 14 anni. Da qualche anno avevo cominciato a frequentare la parrocchia. Le parole e lo stile di vita di quelle quattro suore, che facevano uno sforzo incredibile per tenere insieme quella massa di scugnizzi della periferia di Napoli, mi avevano spinto a chiedermi come si faceva ad essere veramente cristiani, perché mi sentivo sempre ripetere che “dobbiamo crescere nell’amore”. Un giorno, con la mia impertinenza adolescenziale, che non mi avrebbe mai più abbandonato, mi presentai alla madre superiora per rivolgerle le mie domande: lei, da donna intelligente ed esperta, davanti a questo adolescente un po’ strano non si lasciò trovare impreparata: “ti ci vuole un padre spirituale, ma una padre speciale!”. Forse aveva intuito la gravità del soggetto: “ti ci vuole un gesuita!”. In quel momento non capii cosa avevano di speciale questi gesuiti…ma col tempo avrei trovato anche questa risposta!

Dopo qualche giorno, mi ritrovai a Villa San Luigi a colloquio con padre Rotelli, il quale forse restò un po’ sorpreso nel vedere questo strano quattordicenne che leggeva “L’uomo a una dimensione” per ingannare il tempo dell’attesa! Padre Rotelli, che otto anni dopo quell’incontro mi avrebbe accolto in Compagnia come provinciale, mi affidò due parole che dovevano diventare il mio programma di vita: preghiera e servizio. Ovviamente, come ho purtroppo sempre fatto nella mia vita, presi tutto molto sul serio!

Alla fine del liceo, continuavo però a chiedermi che senso avesse la mia vita. Forse avrei dovuto ascoltare mio padre, che mi suggeriva di chiedermi piuttosto come si fa a mangiare nella vita! Invece io volevo delle risposte “profonde”, per questo mi iscrissi a filosofia. Nel frattempo padre Notari mi aveva invitato a partecipare a un campo vocazionale, ma ero così gratificato dalla vita (in tutti i sensi), che presi la coraggiosa decisione di rifiutare. Ma a partire da quel rifiuto fui invaso da una sorta di terremoto spirituale. Opposi resistenza per tutto il mio primo anno di università, ma alla fine mi lasciai sedurre. Una nuova domanda irrompeva nella mia vita: e se il Signore mi chiedesse sul serio di fare il prete?

In realtà questa domanda era presente dentro di me da diversi anni, soprattutto da quando avevo cominciato a rendermi conto di quanta povertà ci fosse intorno a me, nelle strade del mio quartiere, nei bassi che si aprivano negli angoli più angusti. Invitati dalle suore della parrocchia, insieme ad altri giovani, ci eravamo rimboccati le maniche: attività per i bambini, visite agli anziani e poi, sempre più travolti da questa spirale di bisogni, avevamo iniziato a collaborare con alcune istituzioni, per esempio con il Servizio per i tossicodipendenti e con il comune di Napoli per la realizzazione di piccoli progetti. Con una velocità travolgente cresceva dentro di me la voglia di donare la mia vita sempre di più.

Grazie a padre Mimmo Marafioti ho portato avanti il mio discernimento fino al 1995. Nel dicembre di quell’anno, il giorno dopo la laurea, sono arrivato a Genova. E anche qui, mentre sbucciavo le patate e lavavo i pomodori (in qualità di “braccio sinistro” di fratel Zoggia) continuavano le domande: volevo spendere la mia vita per servire il Signore negli ultimi…ma dov’erano finiti gli ultimi? Il noviziato è stato un tempo di purificazione del mio rapporto con il Signore: non più un rapporto mediato dagli altri, ma una relazione “faccia a faccia”.

Ma il tempo che mi ha segnato come uomo e come gesuita è stato quello trascorso in Albania per il magistero. Per me l’Albania significa soprattutto gente a cui voler bene, ma anche gente da cui mi sono sentito profondamente amato: gli adolescenti del seminario minore, gli studenti della classe di filosofia, le famiglie dei villaggi che di tanto in tanto visitavo, i confratelli gesuiti che da anni hanno legato la loro vita a questo paese, la nascente chiesa albanese alimentata dal sangue dei martiri. In questo contesto ho sentito rifiorire la mia vocazione di gesuita, come uomo che dona la sua vita nel Signore, coniugando impegno intellettuale e apostolato sociale.

Così, un po’ cambiato nella mente e nel cuore sono ritornato nella mia città, Napoli, per gli studi di teologia. Cosa vuol dire studiare teologia a Napoli? Quando sento parlare di teologia incarnata, io penso alla mia esperienza nel quartiere di Cavalleggeri e alla “piccola” comunità di santa Barbara dove ho vissuto. Lo studio lì nasceva dalle domande della gente per strada, in parrocchia, alle feste, nei pranzi (immancabili nella nostra cultura), negli incontri di gruppo. Il programma apostolico nasceva dal panorama che si vedeva dal balcone della nostra casa: i bambini avevano tracciato un campo nel piccolo giardino pubblico del rione, la metropolitana scandiva i tempi del lavoro della gente, dalla finestra si sentivano le urla degli automobilisti contro le soste selvagge: cosa c’entriamo noi e cosa c’entra la teologia con tutto questo? Ho la pretesa di dire che tutto questo mi ha fatto crescere e mi ha fatto uscire da quel “giardino d’infanzia” nel quale talvolta si rinchiude la nostra vita religiosa.

Ho sperimentato sulla mia pelle l’attenzione da parte della Compagnia a valorizzare i doni e i sogni dei gesuiti: dopo la teologia, mi è stato chiesto infatti di tornare a studiare filosofia per prepararmi all’insegnamento e alla ricerca accademica. A Roma, mentre studiavo, sono tornato a vivere in un luogo di inserzione e di sfida: la cappella dell’Università de La Sapienza. Dopo il dottorato in filosofia, sono partito per un periodo di ricerca a Londra. Attraverso l’esercizio della lingua inglese, mi sono anche preparato per affrontare quella tappa che conclude la nostra formazione: il terz’anno di probazione che ho scelto di vivere in Sri Lanka. Questa scelta è stata motivata dal desiderio di incontrare la cultura orientale, e in particolare il Buddismo, ma anche dal desiderio di confrontarmi con un contesto di povertà radicale. In entrambi i casi le mie attese sono state ampiamente colmate.

Nel 2010 sono tornato in Italia e ormai non avevo più scuse: bisogna iniziare a lavorare sul serio. La mia prima missio è stata all’istituto filosofico Aloisianum di Padova, di cui alla fine del 2010 sono diventato direttore. È iniziato così il mio percorso di insegnamento. Alla chiusura dell’Aloisianum nel 2013, sono stato inviato a insegnare a Napoli, nella nostra Facoltà di Teologia, e successivamente a Roma, alla facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana.

Diciamo però che non mi sento un intellettuale puro: accanto all’insegnamento e alla ricerca, ho sempre continuato a coltivare il mio interesse per l’accompagnamento spirituale. Ho cercato di formarmi nel campo della predicazione e della formazione spirituale con un interesse particolare per un visione della persona che aiuti a integrare le diverse dimensioni della persona.

Per questo motivo, dedico una parte consistente del mio tempo a dare Esercizi spirituali e a tenere incontri di formazione. Coltivo anche la mia passione per la scrittura sia nell’ambito propriamente accademico, sia nella divulgazione.

 

Chiudi notifica

Gesuitinetwork - Normativa Cookies

I cookies servono a migliorare i servizi che offriamo e a ottimizzare l'esperienza dell'utente. Proseguendo la navigazione senza modificare le impostazioni del browser, accetti di ricevere tutti i cookies del nostro sito. Qui trovi maggiori informazioni