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P. Gerard Manley Hopkins SJ

Un «piccolo pacco d’esplosivo ad alto potenziale», capace di liberare la poesia inglese «dal “ron ron” della tradizione ottocentesca», così Attilio Bertolucci ha definito l’opera di Gerard Manley Hopkins (1844-1889), uno dei fondatori della poesia inglese moderna e contemporanea. «Come salvare la bellezza dallo svanire lontano?»: questa è la domanda fondamentale che genera la sua ispirazione. Lo sguardo del poeta – maturato al crogiuolo di una sofferenza profonda di cui abbiamo una eco nei suoi «terrible sonnet» – è tutto teso a scoprire la «freschezza» che vive nel «profondo delle cose», senza indugiare su ciò che induce a disperare o a credere che tutto sia destinato a finire. Nei suoi versi il mondo appare «carico», nel senso elettrico, «della grandezza di Dio» che scuote e fa vibrare il mondo, nel quale resta sempre immediatamente sensibile l’eco della gloria della creazione. Hopkins esalta dunque Dio non in quanto stabile sicurezza dell’essere, ma in quanto autore delle differenze e delle energie polarizzanti. Una poesia troppo moderna la sua, tanto da non essere compresa mentre il poeta era in vita, e che ha saputo esprimere in maniera altissima la spiritualità ignaziana.

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