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P. Leonardo Vezzani SJ

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Leonardo Vezzani SJ

Sono nato a Prato nel 1978, e ho avuto una grande passione per la chimica. Se all’inizio rimanevo affascinato dal modo in cui le sostanze mescolandosi cambiassero colore, con il tempo questa passione si è spostata sullo studio di come questi cambiamenti si manifestassero, secondo quali leggi e regole si realizzassero. La stessa curiosità che mi spingeva ad andare sempre più in profondità nella materia, è stata la spinta che mi ha portato nelle profondità del mio spirito.
Ho passato una buona parte della mia adolescenza nell’oratorio parrocchiale, che in fondo ho sempre frequentato perché tutti i miei amici erano là: è stato il caso (chiamiamolo così…) a darmi la spinta per iniziare il cammino che sto percorrendo ancora oggi. L’estate del 2000 è stata un’estate particolare, perché mentre i miei amici erano tutti decisissimi a partecipare alla GMG di Roma io l’avevo scartata a priori. I dieci giorni centrali di agosto passati nell’afa romana con una marea di ragazzi sudati e appiccicaticci? Nemmeno per idea! Ma alla fine mi sono reso conto che a questo raduno ci andavano proprio tutti: tanto valeva andarci. Fu così che un giorno di agosto arrivai a Roma. Mi colpirono molte cose, ma quella che mi segnò fu la presa di coscienza che tutti i due milioni di ragazzi (sudatissimi e appiccicosissimi) avevano un posto nella Chiesa, un posto dove ciascuno era insostituibile e atteso: ma nonostante tutto, liberi di accoglierlo oppure no. questo mi pose la grande questione. “Qual è il mio posto nella Chiesa?”. Questa domanda divenne come una goccia d’acqua che piano piano ha bucato la roccia.
Molto piano in effetti, visto che ci sono voluti tre anni prima che si ripresentasse con tutta la forza che una domanda del genere porta con sé, anche se sentivo che c’era una sensazione di inquietudine e di vuoto che non mi davano serenità. Fu un incontro con don Ciotti che mi portò ad una svolta: ascoltare un prete parlare della sua lotta contro la mafia fu l’occasione di pormi un’altra volta la domanda sul mio ruolo nella Chiesa, solo che poi arrivò anche la risposta. Una vocina dentro di me mi disse: “Fai il prete!”. Ora, io al sacerdozio non avevo mai pensato perché proprio non vedevo niente di più distante di un prete dal Leonardo di 21 anni. Stranamente, sul momento l’idea non mi dispiacque neanche tanto: fu il giorno dopo, a sangue freddo, che facendo due conti mi accorsi che quella vita mi avrebbe chiesto delle rinunce che non stavano né in cielo né in terra. Decisi quindi di lasciar cadere questa idea etichettandola come il frutto di un momento di fanatismo religioso o una cosa del genere.
Qui iniziò uno dei periodi più brutti della mia vita. Ormai avevo preso coscienza di dove stava il mio cuore, anche se non avevo nessuna voglia di accettarlo. Per un periodo di un anno e mezzo ho cercato di fare di tutto per cercare di dimostrare a me stesso che la vita del prete non era adatta a me, ma la cosa ritornava sempre con maggiore forza. Ero arrivato anche a pensare a delle forme di “equilibrismo spirituale”, che potessero trovare un compromesso tra quello a cui mi sentivo attratto e una serie di esigenze mie alle quali pensavo di non poter rinunciare. Ad esempio, ero disposto a diventare diacono permanente: da una parte riuscivo a salvare la possibilità di avere una famiglia, dall’altra facevo il servizio che si avvicinava di più a quello del prete. Ma non ha funzionato.
Intanto, la mia vita proseguiva. I miei studi di chimica continuavano, e riuscivo a rimanere in pari con gli esami nonostante stessi svolgendo un’attività di borsista presso la Provincia di Prato, nel settore Tutela Ambientale. Questa attività mi piaceva, e nell’ufficio mi sentivo stimato. Nonostante questa inquietudine, in fondo mi sentivo realizzato. Non avevo bisogno di Dio, perché ero il dio di me stesso. E come da ogni dio, mi aspettavo di “salvare” le persone. Fu un momento difficile che attraversai che mi mostrò che non ero capace di salvare nessuno, anzi, più ci mettevo le mani più le cose peggioravano. Caddi quindi dal piedistallo su cui ero; siccome ero molto in alto, mi feci malissimo.
Questa fu l’occasione per affidarmi all’ultima speranza che mi era rimasta: Dio. Affidandomi, mi sentii accolto per quello che ero, con tutti i miei limiti e con tutti i miei atteggiamenti da presunto salvatore. E questa serenità fu l’occasione per riprendere in mano l’idea del sacerdozio e accoglierla. L’unica maniera di vivere il sacerdozio era quella diocesana. Ma non mi sentivo a mio agio, mi sentivo un po’ bloccato all’interno di una realtà che sentivo troppo stretta. La svolta che mi ha portato alla Compagnia fu la lettura di un libro che mi fu dato dalla mia guida spirituale, “Sull’amore” di Pierre Teilhard de Chardin. Mi colpì moltissimo la sua capacità di vedere nella scienza stessa il luogo in cui vedere Dio all’opera. Leggere questo libro mi diede l’impressione di essere a casa, di aver trovato il mio posto.
A questo punto dovevo solo conoscere un gesuita vivo, in carne ed ossa. Contattai allora p. Paolo Bizzeti, che mi invitò a vivere un periodo di discernimento a Bologna. Il 12 marzo 2002 arrivai a Bologna, e il 1 novembre entrai in noviziato.
La mia vita ricominciò da capo. A Genova ho avuto l’occasione di avere come compagni delle persone con le quali sono ancora in grande amicizia, un’amicizia che abbiamo costruito negli anni. Dopo gli studi a Padova e l’apostolato presso gli studenti universitari, ho fatto il magistero a L’Aquila, presso il collegio universitario e la cappella universitaria. Qui l’esperienza non è stata semplice, soprattutto perché l’inizio del mio secondo anno è stato segnato dall’annuncio della chiusura dell’opera. Dopo il primo anno di inserimento, con la comunità eravamo pronti a fare dei rinnovamenti, delle proposte; la chiusura ha bloccato tutto. L’anno che ha seguito la diffusione della notizia è stato la preparazione di un grande trasloco: la fatica e la sofferenza vissute però non sono state che l’occasione di riscoprire il senso profondo dell’obbedienza come il luogo in cui aprirsi a possibilità non previste e non desiderate che irrompono nella vita dandogli un nuovo percorso che, come per me è stata l’esperienza aquilana, apre alla possibilità di ricevere doni non sperati. E ad una conoscenza di sé sempre nuova rispetto alle proprie attese.
Ho proseguito la mia formazione con la teologia a Roma e la licenza a Parigi.

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