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Approvazione della Compagnia

1540

Giunti a Roma, Ignazio e i primi compagni, animati dal desiderio di mettersi al servizio del Papa, si interrogano sull’opportunità di darsi una regola e un capo, piuttosto che agire ognuno per conto proprio. Alla fine capiscono che è meglio strutturarsi secondo le regole del diritto canonico e ottenere l’approvazione ufficiale del Papa. La Formula Instituti, approvata da Paolo III il 3 settembre 1539, contiene i principali fondamenti della Compagnia: il carattere esplicitamente apostolico, il fine di far progredire gli uomini nella fede e nella cultura religiosa, la povertà, l’obbedienza alla Santa Sede e al preposito, l’abolizione del coro, la promessa di recarsi ovunque il papa avesse indicato.
Papa Paolo III concede l’approvazione pontificia con la bolla Regimini militantis Ecclesiae del 27 settembre 1540, imponendo il limite di sessanta membri. Ignazio viene eletto all’unanimità e con sua resistenza Preposito Generale. Il 22 aprile 1541, nella basilica di San Paolo fuori le mura, i primi compagni pronunciano i loro voti solenni. Il limite numerico viene abolito nel 1544 (bolla Iniunctum nobis) e il 21 luglio 1550, con la bolla Exposcit debitum, l’ordine è confermato da Papa Giulio III.

i gesuiti e l’inquisizione

La Compagnia di Gesù si è rapportata in vari gradi e in vari modi alle istituzioni responsabili dell’eliminazione delle eresie. Durante gli anni in cui l’inquisizione fu attiva, i gesuiti furono accusati, accusatori e difensori, anche se a volte la preoccupazione della loro sopravvivenza influenzò il loro giudizio. Questo non significa che la loro attività fu violenta: riconoscendo l’Inquisizione come una delle istituzioni della Chiesa, il criterio utilizzato fu quello della ricerca della riconciliazione tra le parti opposte, mantenendo sempre una via moderata.
Questo atteggiamento è probabilmente frutto dell’esperienza personale di Ignazio, che prima della fondazione dell’Ordine fu portato ben quattro volte di fronte al tribunale dell’Inquisizione a causa dei sospetti di eresia caduti sugli Esercizi Spirituali. Ma lui non fu il solo: tra i gesuiti più celebri, ricordiamo Francesco Borgia, che poi diventerà Superiore Generale, e Juan de Polanco, segretario personale di Ignazio, entrambi sospettati di eresia.

Gli Esercizi Spirituali, unico testo di preghiera approvato da una bolla pontificia

Francesco Borgia fa pervenire a Papa Paolo III una singolare petizione: l’approvazione pontificia di un libretto di Esercizi Spirituali, scritto da Ignazio di Loyola.
I primi compagni già predicano questi Esercizi con molto frutto. Tuttavia, per essi, Ignazio era stato sospettato e messo in carcere dall’Inquisizione ad Alcalà e a Salamanca.
La risposta del Papa arriva il 31 luglio 1548: ‘Avendo fatto esaminare detti Esercizi e udite anche testimonianze e rapporti favorevoli […] abbiamo accertato che detti Esercizi sono pieni di pietà e santità, e sono e saranno molto utili per il progresso spirituale dei fedeli. Inoltre è per noi doveroso riconoscere che Ignazio e la Compagnia da lui fondata vanno raccogliendo frutti abbondanti di bene in tutta la Chiesa; e di questo molto merito è da attribuire agli Esercizi Spirituali. Perciò […] esortiamo i fedeli d’ambo i sessi, ovunque nel mondo, di avvalersi dei benefici di questi Esercizi e di lasciarsi plasmare da essi.’ A questa prima solenne approvazione, ne faranno seguito altre.
In questo modo, la pratica degli Esercizi Spirituali annuali diventa patrimonio di tutti gli istituti religiosi.

S. Francesco Saverio SJ

1506

Francesco Saverio (Javier 1506 – isola di Sancian 1552) è detto “il San Paolo delle Indie”. La sua opera missionaria fu, infatti, decisiva per lo sviluppo del cristianesimo moderno in tutta la macro-regione dell’Asia meridionale. La Chiesa lo celebra come patrono principale dei missionari. Il suo percorso di vita non fu però così lineare.

Originario della Navarra, Francesco è compagno di stanza d’Ignazio di Loyola e di Pietro Favre, al tempo dei loro studi a Parigi. Se tra Ignazio e Pietro nasce subito un’intesa, Francesco mantiene a lungo una dura diffidenza verso il nobile Basco, che da cavaliere è stato un nemico dell’indipendenza politica della Navarra. Inoltre, Francesco è deciso a perseguire le sue ambizioni di carriera. Perciò i pii propositi d’Ignazio sono per lui degli ostacoli. A un certo punto, però, il suo cuore è vinto dalla testimonianza dell’affetto disinteressato che i suoi due coinquilini nutrono per il Cristo.

Quando i primi gesuiti si stabiliscono a Roma, Francesco è quasi da subito inviato in India, ma come per sbaglio. Il gesuita che avrebbe dovuto partire al suo posto cade infatti ammalato. Francesco si trova così ad affrontare lunghi e pericolosi viaggi e gli imprevisti dell’incontro con popolazioni così diverse: dai poveri pescatori delle coste dell’India ai nobili intellettuali del Giappone. Inoltre, ha a che fare con i commercianti europei che perseguono i loro interessi senza troppi scrupoli. In tutto questo lo sostiene il sapersi collaboratore della missione del Cristo: intere popolazioni ascoltano il Vangelo per la prima volta. Un importante aiuto gli viene anche dalla solida amicizia con gli altri gesuiti, ravvivata dallo scambio di lettere.

Quando Francesco muore a 46 anni, ha percorso più di 62.000 chilometri in soli 10 anni. E’ alle porte della Cina, dove pure avrebbe voluto annunciare il Vangelo.

B. Pierre Favre SJ

1506

Nel gruppo degli studenti di teologia che diedero origine alla Compagnia di Gesù, Pietro Favre (Villaret 1506 – Roma, 1547)  fu intellettualmente il più brillante, nonché il più umile e il più disponibile a servire gli altri.

Figlio di pastori della Savoia, fin da ragazzo desidera studiare. Uno zio prete riconosce le sue capacità intellettuali e lo mette in condizioni di realizzare il suo desiderio. Giunto a Parigi per i suoi studi, si ritrova a condividere la stanza con Ignazio di Loyola e Francesco Saverio. Con Ignazio si crea subito un’intesa e una collaborazione reciproca: Pietro aiuta Ignazio nei suoi studi e quest’ultimo lo accompagna a superare gli scrupoli che lo bloccano nella sua vita spirituale, facendolo sentire indegno di diventare prete.

Più tardi, quando i Compagni si stabiliranno a Roma, Ignazio l’avrebbe voluto come superiore del gruppo al suo posto. Ma le necessità spingono Pietro altrove, come inviato a ristabilire la pace in luoghi di conflitto, dapprima in Italia, dove la popolazione di Parma è in rivolta contro gli eccessi di un cardinale che la governa. Poi in Germania e nei Paesi Bassi, per cercare una mediazione con la nascente Riforma protestante. Infine in Spagna, dove lo sviluppo rapido della Compagnia di Gesù non si realizza senza tensioni e incomprensioni.

Pietro fu il secondo dei primi gesuiti a morire, a un’età relativamente giovane. Apparentemente egli non ha lasciato grandi opere che onorino la sua memoria. Tuttavia, molti di coloro che entrarono in contatto con lui maturarono profonde conversioni e alcuni di loro, come Pietro Canisio e Francesco Borgia, diventarono a loro volta gesuiti.

La diffusione della Compagnia

1545

Dalla nascita fino a tutto il XVII secolo la Compagnia ha visto crescere il numero dei suoi membri. Ma il vero boom è avvenuto  tra il 1680 e il 1620, sotto il generalato di Claudio Acquaviva (link interno) con un salto da 5200 a 13100 membri.
Di pari passo all’aumento dei numeri, si assiste a una espansione delle attività della Compagnia in vari campi. Ad esempio divenendo consiglieri di cardinali e confessori di re, e riuscendo a ritagliarsi un ruolo importante nell’attività di contrasto del protestantesimo che si stava diffondendo in tutta l’Europa dell’Est, e non solo: infatti si recarono anche in Inghilterra e in Irlanda, dove Campion e Ogilvie furono martirizzati.

Parallelamente allo sforzo di “ricattolicizzazione” dell’Europa, l’aumento numerico permise ai gesuiti di aprire nuovi fronti apostolici. Da una parte estendendo le missioni in Estremo Oriente, dove saranno inviati gesuiti come Matteo Ricci (link interno), Alessandro Valignano (link interno) e Ippolito Desideri; dall’altra iniziando ad annunciare il Vangelo nelle Americhe.

 

Ministeri speciali

Ignazio e i primi compagni si dedicano anche a lavori che non resteranno tipici per i gesuiti, ma di cui c’è pure bisogno. Prostitute, orfani ed ebrei diventano sfide che Ignazio e compagni affrontano in una piena gratuità.
Nel XVI sec. la prostituzione desta in Italia  preoccupazione soprattutto per la comparsa della sifilide, che fa del fenomeno una minaccia per la salute pubblica. Nel 1543 Ignazio fonda a Roma la casa di Santa Marta, per il recupero delle prostitute, e altrove i gesuiti ne seguono l’esempio. Alle donne viene offerta la possibilità di sposarsi, far le domestiche o entrare in convento. Forse l’aspetto curioso è la pietà e la pratica religiosa della maggior parte delle donne che arrivano alle porte di Ignazio.
Nello stesso periodo, il primo a occuparsi dei bambini di strada è il veneziano Girolamo Miani che, dopo conversione religiosa, fonda la Compagnia dei servi dei poveri. Il suo programma è di provvedere ai bambini vitto e alloggio e insegnare a leggere e scrivere, insieme a un mestiere. Trovandosi a Venezia, cinque gesuiti conoscono l’opera del Miani lavorando in uno dei suoi isituti. Ne viene che, per pressione o ispirazione dei gesuiti, istituti simili vengono fondati in altre città italiane.
Nello Stato pontificio, gli ebrei avevano goduto più libertà che in altri paesi. Nel 1492 la Spagna e nel 1496 il Portogallo promulgano decreti di espulsione. A metà del XVI sec. la maggior parte degli ordini religiosi rifiuta di ammettere nuovi membri di origine ebraica. Anche la nuova Compagnia di Gesù subisce queste pressioni e, pur se negli anni anche tra i gesuiti le posizioni mutano, Ignazio le rifiuta  e Laìnez, di origine ebraica, eletto secondo generale dell’ordine, testimonia che almeno agli inizi quella linea prevalse.
Dedicarsi a questi ministeri speciali conferma l’ispirazione originaria e il coraggio di Ignazio di cercare e trovare Dio in tutte le cose.

Le tre donne gesuite

Se i primi compagni furono tutti uomini, non mancarono comunque i tentativi di integrare le donne. La richiesta partì da Isabella Roser, una donna molto importante nella vita di Ignazio perché lo aveva sostenuto sia economicamente che spiritualmente dagli inizi della sua avventura, e con la quale era sempre rimasto in contatto epistolare. Vista la contrarietà di Ignazio ad accoglierle in questo stato di vita, Isabella si rivolse a papa Paolo III che accolse la richiesta. Poco dopo Isabella e le sue dame di compagnia Francisca Cruyllas e Lucrezia de Biàdene furono accolte nell’ordine dei gesuiti.
Ma il tentativo non ebbe buon esito: nel XVI secolo era difficile pensare alla vita religiosa femminile fuori dal convento. Dopo tre anni Isabella Roser e le sue compagne furono dimesse.

I gesuiti al Concilio di Trento

1551

Fin dal suo inizio sono due i compiti del Concilio di Trento: affermare la dottrina contro le nuove eresie luterane e riformare la morale contro gli abusi disciplinari. Al loro assolvimento parteciparono anche due gesuiti, Laìnez e Salmeron, incaricati come teologi e designati da Ignazi su richieste di papa Paolo III. Si unì anche padre Jay, intervenuto come procuratore del vescovo di Augusta.
Ignazio si rese presente con una lettera, che conteneva delle istruzioni su come i gesuiti a Trento si dovessero comportare, desiderando dai vescovi conciliari benevolenza per la nascente Compagnia e immaginando i suoi confratelli più come mediatori che come protagonisti dell’evento.
Le indicazioni di Ignazio avvertono di essere pacati nel parlare e di ascoltare tranquillamente, in modo da capire e valutare le opinioni altrui, in modo da poter rispondere oppure tacere. Ignazio ci tiene che i padri diano edificazione, continuando a dedicarsi, nel tempo possibile, ai consueti ministeri della predicazione, dell’ascolto delle confessioni, tenendo conferenze e insegnado ai fanciulli, visitando i poveri negli ospedali ed esortando i vicini per muoverli alla devozione e alla preghiera. Infine, Ignazio li esorta a uno stile di vita che includa un incontro tra loro ogni sera per discutere le esperienze del giorno, stabilire l’agenda dell’indomani e prendere misura correttive di qualsiasi cosa potesse risultare sbagliata nella loro condotta.
Può stupire che Ignazio si sia dedicato solo così al Concilio di Trento. Dopo di lui, anche gli altri gesuiti, salvi quelli direttamente coinvolti, dedicarono poca attenzione. Essi sapevano comunque che il Concilio si rivolgeva prevalentemente ai protestanti e, certamente desiderosi di predicare e insegnare in conformità ai decreti dottrinali, non li vedevano tuttavia diretti alla Compagnia.

i gesuiti e la “devotio moderna”

1548

La spiritualità dei gesuiti è il frutto maturo dell’esperienza spirituale di Ignazio che coniuga la sensibilita della devotio moderna con il servizio apostolico. La devotio moderna, nata un secolo prima, predilige la componente affettiva e personale come luogo principale della preghiera ma tende a trascurare l’impegno apostolico ritenendo il coinvolgimento mondano una distrazione per la preghiera.
Ignazio recupera la centralità della persona tipica della devotio moderna ma la converte al servizo apostolico. E’ così che “attivi nella contemplazione” diventa un leit motiv del modo di procedere della Compagnia di Gesù.

S. Francesco Borgia SJ

1510

Rampollo di una delle famiglie aristocratiche più importanti di tutta la Spagna, fu duca di Gandia e viceré di Catalogna. Alla morte della moglie decise di abbandonare le sue cariche e i suoi privilegi per entrare nella Compagnia di Gesù, contribuendo alla diffusione dell’ordine in Spagna su richiesta di S. Ignazio di Loyola. La consuetudine voleva che un sacerdote di famiglia nobile fosse ordinato cardinale, ma Francesco Borgia rifiuto’ sempre questa carica perché contraria alle regole della Compagnia di Gesù (inserire il link ai voti dei gesuiti). Nel 1565 fu eletto Superiore Generale, e sotto di lui la Compagnia crebbe molto e nell ostesso tempo aumento’ la propria attività missionaria, dimostrando che il nuovo Generale aveva una visione apostolica molto ampia.
A lui si devono anche una serie di decisioni riguardo all’amministrazione dell’ordine, a partire dalla fondazione dei noviziati e dei centri studi filosofici e teologici per i gesuiti in formazione.

S. Stanislao Kostka SJ

1550

Santo, nato a Rostkòw (Polonia) il 28 ottobre 1550 e morto a Roma il 15 agosto 1568.
La famiglia di origine principesca, una delle poche a rimanere cattolotica quando il protestantesimo entra in Polonia, è importante nel governo e lo vuole diplomatico.
Stanislao studia a Vienna, alunno interno al collegio dei gesuiti, insieme al fratello Pawel. Quando i gesuiti lasciano alcuni edifici all’imperatore, i giovani abitano nella casa del senatore luterano Kimberker. Capace nelle lingue, contemporanee e classiche, ha abitudini di preghiera, anche notturne, che lo indeboliscono fisicamente e creano disagi nel luogo dove si trova.
Nella città, tra i teatri di scontro tra luterani in crescita e cattolici, Stanislao ammira particolarmente lo stile dei gesuiti e le sua preghiera lo rafforza nel desiderio di unirsi a loro.
E la famiglia? Il padre si oppone tanto da far ritenere prudente non accettare Stanislao nel noviziato di Vienna, ma uno dei padri gli consiglia di andare in Germania, dandogli una lettera per l’allora provinciale Pietro Canisio [link interno] e scrivendone una lui stesso al Borgia, padre generale [link interno].
E’ contrario anche il fratello, ma Stanislao parte a piedi per la Germania, dove incontra Canisio a Dilinga. Molto impressionato dalla personalità del giovane, questi lo mette alla prova come domestico del collegio per qualche tempo. Poi lo invia a Roma con altri due compagni.
Ancora a piedi cercando la sua strada e la volontà di Dio, raggiunge Roma il 27 ottobre 1567 e viene ricevuto dal Borgia. Qui, osteggiato dal padre stavolta con una lettera durissima, è uno dei novizi che inaugura il noviziato di Sant’Andrea al Quirinale [link interno]. Durante l’estate contrae la malaria a Roma e vi muore il 15 agosto 1568.
Legato all’eucarestia e alla figura materna di Maria, è stato proclamato santo insieme a Luigi Gonzaga [link interno] il 31 dicembre 1761 e riconosciuto patrono di tutti i novizi.

La meditazione del mattino voluta da Borgia

La II Congregazione Generale (1565) dispone che il P. Generale Francesco Borgia decida sul tempo dedicato alla preghiera quotidiana da parte di ciascun gesuita. Borgia decide per un’ora di orazione quotidiana (che prende il nome di meditazione del mattino) a cui si affiancano i due esami (un quarto d’ora a metà giornata e un quarto d’ora a fine giornata). Questa decisione sarà convertita in legge dalla IV Congregazione Generale (1581).
Con un lavoro di recupero creativo della fonti, così come auspicato dal Concilio Vaticano II, la Compagnia, nel corso della XXXI Congregazione Generale (1966), rivede la norma: i membri formati, sotto la guida dei superiori e con “discreta carità”, stabiliscono il progetto di preghiera più adatto alle proprie particolari necessità. La decisione è presa in accordo con la Costituzioni SJ: “L’unico principio raccomandabile è la carità discreta, purché si consulti il confessore e, in caso di dubbio, si discuta il problema con il padre superiore” [COST 582]. Ignazio è contrario alla creazione di una norma universale, la preghiera è unica e personale; ma distingue tra gesuita in formazione e gesuita formato. Secondo Ignazio, il lavoro intrapreso per obbedienza e al servizio di Dio ha un carattere sacramentale, e i gesuiti devono trovarvi Dio proprio come nella preghiera formale: “E’ importante rendersi conto che l’uomo serve Dio non soltanto quando prega […] infatti vi sono momenti in cui si serve Dio molto meglio in modi diversi dalla preghiera” (Lettera a Borgia, 1549).

P. Alessandro Valignano SJ

1539

Nasce il 7 febbraio 1539 a Chieti e muore il 20 gennaio 1606 in Cina, a Macao.
Nel 1573 il Padre Generale Mercuriano lo nomina visitatore dell’India e del Lontano Oriente. La sua vita trascorre tra Giappone, Cina e India, fondando il collegio di Macao come centro di appoggio per le missioni. Nel 1577 riesce a stabilire un contatto con i cristiani di San Tommaso (siro-malabari) che continuerà nel tempo. Lavora senza riposo per formare un clero indigeno in India, anche se si oppone all’ammissione degli indiani, incluso bramani, nella Compagnia di Gesù.
Sul piano organizzativo, per mantenere il contatto con Roma, obbliga ciascuna comunità a scrivere lettere annuali che servono anche a far conoscere la missione in Europa. Oltre al patronato portoghese,  per aiutare i collegi  organizza una raccolta di elemosine con la Santa Sede.
Chiede con urgenza l’invio di più missionari dall’Europa e da’ direttrici sulla formazione culturale e linguistica di almeno un anno di durata. In Giappone cerca di formare leader ecclesiastici e secolari nella regione e di costituire così una chiesa giapponese indipendente; in appoggio a questo piano, redige un ampio piano pedagogico preparando una propria Ratio Studiorum [LINK] basata sulla formazione umanista con il latino e il giapponese come nucleo.
Rispetto ai metodi missionari, Valignano segue l’orientazione di Francesco Saverio [LINK]. Così come Matteo Ricci [LINK], che ha inviato in Cina, scrive un cerimoniale per il Giappone. Da’ inizio alla letteratura giapponese cristiana.
Molti dei suoi sforzi avranno una grande influenza nell’attitudine missionaria di tutta la Chiesa.

P. Matteo Ricci SJ

1552

Matteo Ricci è il missionario che ha aperto le porte della Cina al cristianesimo moderno. In Cina, dove è conosciuto col nome di Li Madou Xitai, viene stimato tra gli intellettuali più importanti, avendo introdotto nella cultura cinese la matematica e le scienze occidentali.

Nei primi anni di formazione nella Compagnia, al Collegio Romano, Ricci è particolarmente segnato dai corsi di scienze naturali del P. Cristoforo Clavio SJ. Considerato il suo desiderio di essere missionario e la sua straordinaria memoria (necessaria per apprendere una lingua difficile), i suoi superiori lo inviano in Cina.

I mandarini (gli ufficiali dell’impero cinese) concedevano difficilmente a degli stranieri di risiedere in Cina. Nel caso di Ricci, ciò che vince la loro diffidenza è la loro curiosità per alcuni oggetti che costui mostra loro: un orologio, un prisma, un dipinto della Madonna dai tratti molto realisti, una carta geografica.

Se le conoscenze scientifiche del Ricci sono il biglietto da visita che guadagna l’interesse dei cinesi, le sue qualità morali e la sua capacità d’integrazione alla loro cultura ne conquistano il cuore. Egli entra così in amicizia con personalità sempre più importanti, fino ad accedere alla corte stessa dell’imperatore Wanli, della dinastia dei Ming.

Ricci muore a Pechino nel 1610. Tra le sue opere in mandarino, si possono citare i trattati morali, come quello sull’amicizia, i trattati di aritmetica, geometria e astronomia, diverse edizioni del Mappamondo, delle canzoni e Il vero significato del Signore del Cielo (una spiegazione dei fondamenti del cristianesimo). Un amico cinese, divenuto cristiano, aveva scritto di lui: “Affabile e amichevole, è un uomo singolare perché vive nel celibato, non briga le cariche, parla poco, ha una condotta regolata e questo tutti i giorni; coltiva la virtù di nascosto e serve Dio continuamente”.

Il monogramma sacro

1600

Le lettere IHS sono le iniziali latine della dicitura “Gesù Salvatore degli uomini” (lesus Hominum Salvator). Si tratta di un’esplicitazione del senso ebraico di “Ieshua” (“Dio salva”). Ma IHS sono soprattutto le tre prime lettere greche maiuscole del nome “Gesù” (IH OUC). Questo “monogramma” di Gesù fu largamente diffuso alla fine del Medioevo, in particolare per opera di San Bernardino da Siena. Lo troviamo anche a metà del 500 nella Ginevra calvinista. Sant’Ignazio e i primi gesuiti lo adottarono presto per sottolineare il legame particolare con la persona di Gesù, nel nuovo ordine religioso chiamato appunto “Compagnia… di Gesù”. Ignazio non volle che i suoi compagni si chiamassero “ignazisti” o “ignighisti”, ma “compagni di Gesù”. Cioè coloro che condividono lo stesso pane (cum-panis), la stessa vita, con la persona concreta di Gesù Cristo. Molte sono le lettere di Sant’Ignazio intestate con questo monogramma. E nella prima edizione dei suoi Esercizi Spirituali (1549) il santo sceglie come frontespizio il monogramma iscritto in un sole, simbolo che contiene la coincidenza fra invocazione del Nome e illuminazione. La croce aggiunta sopra la lettera H sta a significare che il Nome di Gesù, cioè la sua identità, si manifesta principalmente nella croce. La croce è “il Nome” di Gesù, cioè in definitiva “ciò che si può dire di Gesù”. Questa coincidenza fra croce e nome era già presente nei monogrammi che nella tradizione cristiana hanno preceduto l’IHS. […] Questo modo stilizzato di rappresentare Cristo come “Nome che forma una croce” era un modo per i primi cristiani di descrivere Gesù come “il Nome” di Dio. La vita stessa di Gesù (e in particolare la sua morte e Risurrezione) “dice” chi è Dio, cioè pronuncia fisicamente” il Nome che era stato rivelato a Mosè.
Il Nome di Dio è una kenosi,  non tanto per il suo significato quanto per la sua stessa esistenza.
Il fatto che “ci-sia”, permette di “pronunciare Dio”, di “masticarlo”. Cioè di ridurlo a linguaggio umano, di negare la sua radicale Differenza, la sua santità. Il Nome di Dio ha qualcosa della bestemmia. In-vocare Dio è sempre in qualche modo con-vocarlo a processo, accusarlo, come faceva Giobbe prima di rimanere senza parole davanti alla teofania. Questa caratteristica è esattamente parallela a quella della visibilità di Dio. “Vedere” Dio, come “pronunciarlo”, è morire perché è voler annulare la santità del “Totalmente Altro”. Ma Dio si è consegnato alla lingua degli uomini come si consegna al loro sguardo. È la bestemmia di cui lo stesso Gesù è giudicato e condannato. Nome e Incarnazione sono sulla stessa linea. È la dinamica della kenosi, cioè della croce.
Perciò i primi cristiani potranno subito vedere in Cristo il Nome “ipostatizzato” di Dio. In una omelia anonima del secolo II leggiamo: «Ora il Nome del Padre è il figlio». Nel tematizzare così la seconda persona della Trinità convergono due tradizioni: il Logos pagano e il «Nome» ebraico. Dalla Stoa classica a Filone, il Logos ha un carattere eminentemente demiurgico e cosmologico. Questa “Parola” creatrice sarà assimilata alle diverse personificazioni veteroterstarnentarie come la Saggezza, la Legge, la Shekinà, il Nome. Ma Cristo non è solo la sintesi di queste due tradizioni. Nella sua morte-risurrezione si compie uno scarto senza precedenti che smentisce ogni attesa e al tempo stesso la porta al suo massimo e mai immaginato compimento. Nella croce, egli è Logos creatore fino alla morte. Saggezza fino alla stoltezza e lo scandalo, Legge fino alla condanna, Shekinà fino all’assenza, Nome fino al silenzio, Immagine fino al perdere ogni apparenza. La croce rivela il Nome come Super-bestemmia perché assume dentro di sé la bestemmia dell’uomo che vuole possedere Dio. A chi voleva annullare la trascendenza divina, Cristo come Nome si dona a “masticare” coprendo così tutta la distanza fra trascendenza e immanenza, lo spazio della Santità. Perciò, “Santo è il suo Nome”.

S. Pietro Canisio SJ

1521

Pedro Canisius (Kanis) è il primo gesuita olandese. Nasce l’8 maggio 1521 a Nimega (Olanda) e muore il 21 dicembre 1597 a Friburgo (Svizzera).
Entrato in Compagnia nel 1543 dopo aver fatto gli Esercizi Spirituali sotto la direzione di Pietro Favre [LINK], partecipa al Concilio di Trento nel 1547 e nel 1562. Dopo un breve tempo a Roma e a Messina, è inviato al ducato di Baviera. Lì lavora come decano, rettore e vice-cancelliere dell’università di Ingoldstadt. A Vienna si dedica anche alle predicazioni e al ministero pastorale in ospedali e carceri. Nel 1556 è nominato primo Padre provinciale della Provincia della Germania Superiore. Crea nei paesi germanici una rete di comunità gesuite, in special modo collegi, che servono di appoggio alla riforma cattolica; con lo stesso fine, partecipa a importanti negoziati, in qualità di rappresentante ufficiale della Chiesa.
Attraverso i suoi scritti, esercita un influsso speciale e duraturo: edizioni di opere dei Padri della Chiesa, libri di devozione e agiografici. I suoi scritti più importanti sono i tre catechismi (1555-1558) che, nel corso della sua vita, saranno rieditati più di 200 volte.
L’importanza di Canisio si fonda nella combinazione armoniosa, poco frequente nella sua epoca, di una sua fermezza dogmatica di principii insieme a un’attitudine di rispetto. Come missione principale, si propone il risanamento delle radici spirituali di ogni credente e del corpo della Chiesa nel suo insieme, così come la rivitalizzazione della comunità cristiana.
È beatificato nel 1864 e proclamato secondo Apostolo della Germania nel 1897. Nel 1925 è canonizzato e dichiarato Dottore della Chiesa.

S. Roberto Bellarmino SJ

1542

Proclamato santo e dottore della Chiesa, si distinse nelle dispute con i protestanti per la forza delle argomentazioni teologiche e i toni pacati. Collaboro’ anche alla revisione della Vulgata, la traduzione latina della Bibbia. Divenuto vescovo di Capua e cardinale contro la sua volontà (link alla questione dei voti si sacrestia), nel 1599 divenne membro del Santo Romano Uffizio. Il suo servizio in questa congregazione dalla missione cosi’ delicata è sempre stato vissuto nella disposizione d’animo di chi è più disposto, come avrebbe detto S. Ignazio, a salvare l’affermazione del prossimo piuttosto che a condannarla. Questo ruolo lo porto’ ad essere in prima linea nei processi più delicati di tutto il XVII secolo, cioè quelli contro Giordano Bruno (link interno) e contro Galileo Galilei (link interno).
Muore nella comunità di S. Andrea al Quirinale nel 1621, dopo una vita caratterizzata da una profonda umiltà e semplicità.

S. Luigi Gonzaga SJ

1568

Luigi Gonzaga ( Mantova 1568 – Roma 1591) è riconosciuto in tutta la Chiesa come patrono dei giovani, perché fin da bambino si diede da fare per realizzare i suoi grandi desideri. Nella Compagnia di Gesù, egli è anche detto patrono dei “teologi”, cioè dei gesuiti che stanno affrontando gli studi di base di teologia, necessari per divenire prete. Luigi morì infatti all’età di 23 anni, quando era ancora studente al Collegio Romano. E’ perciò sepolto nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma, al tempo cappella dell’importante università pontificia.

Luigi era il primogenito del marchese di Castiglione, appartenente a un ramo cadetto dei Gonzaga di Mantova. Sperimentò così il meglio e il peggio della prassi della grande nobiltà italiana. Per esempio, aveva conosciuto il modo di fare violento della truppa dei soldati comandati da suo padre. Durante un anno, aveva vissuto alla corte dei Medici, sperimentando gli effetti dolorosi che provocava l’infedeltà coniugale in questa famiglia. Infine, fece parte del corteo di nobili che si recò in Spagna per l’incoronazione a imperatore di Federico II. In quell’occasione fu notata la finezza dei modi del giovane Gonzaga e gli venne perciò chiesto di tenere un discorso ufficiale.

A 17, impose a suo padre la sua scelta di diventare gesuita, benché per le sue doti fosse il successore ideale per il marchesato. Se scelse di entrare in Compagnia, fu per assicurarsi di non ricevere un trattamento privilegiato. Luigi morì  a Roma, dopo aver servito i malati durante un’epidemia di peste.

P. Claudio Aquaviva SJ

1581

Nasce il 14 di settembre 1543 ad Atri (Teramo) e muore il 31 gennaio 1615 a Roma.
È il quinto Padre generale. Il suo generalato, durato 34 anni, è il più lungo nella storia della Compagnia. Durante questo periodo, la Compagnia di Gesù conosce uno sviluppo decisivo e molto rapido, soprattutto nelle sue opere, e il numero di gesuiti passa da 5.165 a 13.112.
Aquaviva è un gesuita impregnato dallo spirito degli Esercizi e delle Costituzioni: di solida fede religiosa, con una visione soprannaturale della Compagnia di Gesù e del suo fine, lavora con audacia e spirito d’iniziativa nelle diverse forme delle missioni apostoliche.
Si rivela un Padre generale cosciente del suo proprio compito di custode e difensore dell’autenticità e dell’originalità dell’Istituto ignaziano; per questo lotta con intransigenza perseverante, con l’appoggio delle Congregazioni Generali e dei Santi Padri (eccetto Clemente VIII), contro gli oppositori interni ed esterni che vogliono cambiarlo. Per quanto riguarda, invece, le controversie teologiche, si dimostra flessibile, distinguendo la dottrina della Compagnia dall’opinione privata di un gesuita.
Rispetto all’ambito interno della Compagnia, conferma l’ora di meditazione quotidiana introdotta da Borgia e confermata dalla Congregazione Generale IV, insieme ai due esami di coscienza. Nel campo della formazione gesuita interviene per dare la forma definitiva al piano della terza probazione e stabilisce che si nomini un padre spirituale per ogni comunità. Tra i numerosissimi documenti che pubblica, citiamo il Directorio degli Esercizi Spirituali e la Ratio Studiorum [LINK].

L’innovazione della Ratio Studiorum

1599

Con il diffondersi dei Collegi, si impone la necessità di elaborare l’ordinamento degli studi. Viene così redatta e progressivamente perfezionata in quattro edizioni successive la “ratio studiorum”, una raccolta di documenti che riguardano l’organizzazione e il metodo di studio (obiettivi e programmi di classe, didattica, esercitazioni, criteri per gli esami e promozioni). Il testo diventa il punto di riferimento per sviluppare la pedagogia ignaziana, un metodo ancora oggi adottato nelle scuole ignaziane che ha i suoi punti di forza nel rapporto personale tra educatore e studente, nel promuovere un apprendimento cooperativo e non competitivo e nel favorire uno studio attivo e non semplicemente nozionistico.

S. Giovanni Berchmans SJ

1599

Giovanni Berchmans (Diest 1599 – Roma 1621) era figlio di un calzolaio fiammingo, primogenito dei cinque figli. Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 , per problemi economici familiari, entrò  nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande della città. Al tempo stesso serviva come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica.

Completati gli studi, intenzionato a diventare sacerdote, il 24 settembre 1618 emise la prima professione religiosa divenendo novizio gesuita e nel 1619 si trasferì a Roma per completare gli studi filosofici presso il Collegio Romano, dove, ammalatosi, morì solo due anni dopo, il 13 agosto 1621.

Giovanni è tradizionalmente rappresentato con un crocefisso tra le mani e il libro delle regole della sua comunità. A quel tempo, infatti, ogni comunità di gesuiti aveva delle norme proprie che permettevano di adattarne il funzionamento alla sua finalità (nel caso di Giovanni, la formazione dei giovani gesuiti) e alle particolarità regionali. Ora, Giovanni si era proposto di seguire con particolare cura queste norme, non per pedanteria, ma perché era cosciente del beneficio che ne derivava a tutta la sua comunità. Questo è certamente solo uno dei modi con cui s’esprimeva l’amicizia quotidiana di Giovanni per i suoi confratelli.

Ignazio e Francesco Saverio proclamati santi

1622

Nel 1622 Ignazio e Francesco Saverio vengono proclamati santi insieme a Filippo Neri, Teresa d’Avila e Isidoro il contadino.
Ecco l’inizio del testo della canonizzazione: “Ecco i nomi più grandi nella storia della Compagnia di Gesù. Il primo, grande per l’ammirabile conversione, per austerezze di penitente, per magnifiche e svariatissime imprese in promuovere la maggior gloria di Dio e l’esaltazione di santa Chiesa; grande il secondo per gli slanci d’un’accesissima carità, per indicibili fatiche tra i gentili e prodigi degni dei primi apostoli della fede”. Ignazio e Saverio, di nuovo insieme, il primo, dopo aver viaggiato per tutta Europa a piedi, si stabilizza a Roma per continuare a seguire il volere di Dio, il secondo, in costante viaggio, per diffondere la parola di Cristo fino agli estremi confini del mondo.

Fr. Andrea Pozzo SJ

1642

Fratel Andrea Pozzo (Trento 1642 – Vienna 1709)  fu uno dei più importanti pittori della sua epoca, noto nei libri d’arte per la sua maestria nelle tecniche della prospettiva e del trompe l’œil. Il suo trattato sulla prospettiva ebbe in effetti un successo enorme, con traduzioni anche in russo e cinese.

Andrea era figlio di un milanese che abitava a Trento, allora parte dei domini dell’impero austriaco. Fin da giovane si dedicò alla pittura. Il suo desiderio di vita consacrata lo spinse a divenire gesuita all’età di 23 anni. Tra le sue opere più importanti, segnaliamo la decorazione pittorica della chiesa di Sant’Ignazio, a Roma, dove il Pozzo trasforma gli spazi, dando l’impressione che non ci sia più la volta della navata. Nella chiesa sembra che le strutture architettoniche delle pareti si prolunghino nel cielo aperto, inquadrando un’allegoria della missione della Compagnia. Sant’Ignazio, nel centro della scena, riceve una luce mistica da Dio Padre attraverso il Cristo. Da Ignazio, questa luce passa per altri santi gesuiti, e da questi verso i quattro continenti allora conosciuti, permettendo a tutti popoli di liberarsi dal dominio del Maligno e di rivolgersi liberamente a Dio. Sempre a Roma vanno segnalate tra le opere di Pozzo la finta cupola e l’altare di sant’Ignazio nella chiesa del Gesù e il corridoio ricco ed esuberante nelle decorazioni e nei giochi prospettici che introduce alle Camerette di Sant’Ignazio.

 

Mistica dell’unione e mistica del servizio

1555

Già nel 1555, Teresa d’Avila aveva dei gesuiti una specie di timore, non ritenendosi degna di accostarli; tuttavia il suo più vivo desiderio era quello di fare una confessione generale a un gesuita. Da lì a poco arrivò ad Avila P. Francesco Borgia SJ [link interno], nuovo membro della Compagnia di Gesù, ed ella poté realizzare il suo desiderio, sentendosi ascoltata e compresa.
L’incontro tra i due santi consente di porre un accento sulle differenze che i due rispettivi ordini, gesuiti e carmelitani, o meglio le due spiritualità presentano tra loro.
Da un lato, i gesuiti traggono le loro fonti spirituali dall’esperienza mistica di Ignazio, che si vede messo da Dio al servizio del Figlio, nella celebre cd. “visione della Storta” [link interno ???]. Si tratta di una mistica del tutto propria del cavaliere di Cristo che sempre fu Ignazio, e anche quando nei suoi scritti compaiono le parole amore e amare, vengono sempre accompagnate da altre che aggiungono l’idea di servizio, che dell’amore è l’attuazione concreta.
Dall’altro, Teresa vede la sua anima sposa di Cristo nella settima stanza del Castello interiore. Quest’opera mistica immagina un percorso dell’anima che, dall’esterno, rientra man mano in se stessa e attraverso sette stanze, le prime di purificazione le altre di sempre più intima unione, giungono alla settima, che la santa immagina come quella dove è presente il talamo dell’unione sponsale dell’anima con il suo Signore.
Pur avendo diverso punti in comune, prima fra tutte l’idea del percorso da compiere per l’anima che cerca il Signore, è chiara comunque la differenza: la mistica ignaziana è una mistica del servizio, e non dell’unione in senso sponsale, tutta dedita a cercare come meglio lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e così salvare la propria anima [EESS 23].

La più grande città dell’America Latina è stata fondata dai gesuiti

1566

San Paolo (São Paulo) è la più grande città dell’America Latina con oltre 10 milioni di abitanti (più di 19 milioni se si considera anche l’area metropolitana). Nel 1554 un piccolo gruppo di missionari gesuiti sceglie come luogo per la fondazione di un collegio una collina che oggi si trova nel centro città. Il giorno 25 gennaio 1554, con una messa, si inaugura il  collegio. Il nome “São Paulo” è scelto perché la Chiesa in quel giorno festeggiava la conversione di San Paolo. Oggi, nel luogo del collegio è presente un museo (Pateo do collegio ) in cui è possibile ammirare in un plastico la ricostruzione del collegio e dell’area circostante così come era all’epoca.

Le riduzioni in Paraguay

1607

“Riduzione” deriva dal verbo ducere. Significa la conversione o conquista di infedeli, come sinonimo di “vincere”, o di “persuadere” e “convertire” (da  reducti fidei Jesu Christi). È utilizzato  come sinonimo di missione in riferimento al popolo indios, nella sua prima fase di costituzione, quando ancora non ha raggiunto una conformazione sociale e politica definita.

Nella sua istituzione confluiscono varie motivazioni: la necessità di uno sfruttamento più razionale e organizzato della terra e delle sue risorse, un modo per superare la dispersione demografica e assicurare l’evangelizzazione, un controllo maggiore del territorio e dei suoi abitanti, un modo di consolidare la sovranità e il desiderio di proteggere giuridicamente l’indio.

La Compagnia di Gesù fin dai primi anni della sua presenza in America meridionale si vede implicata nel compito riduzionale, soprattutto nell’antica Provincia del Paraguay con gli indios guaraní. Ma sono stati i francescani i primi che, nel Paraguay del sec. XVI, si dedicano a questo compito.
Nella riduzione, la giornata di lavoro comincia con la messa per tutta la popolazione e dopo la colazione i lavoratori partorno per i campi. Al ritorno dal lavoro ricevono la dottrina, che normalmente termina con la preghiera del rosario.
La posizione delle riduzioni, in territorio di  frontiera, spinge la Compagnia a pensare alla possibilità di formare un esercito per la sua difesa contro i bandeirantes provenienti dal territorio del Brasile. Nel sec. XVIII, si arriva ad avere un esercito guaraní formato da più di 12.000 uomini.
La vita nelle riduzioni per i gesuiti non è priva di ambiguità, contraddizioni ed eccessi che arrivano a essere materia di discussione nelle Congregazioni Generali.
Le riduzioni ricevono un colpo mortale con il Trattato di Madrid (1750) e con la guerra guaraní (1753-1756), poco prima dell’espulsione della Compagnia nel 1767 e 1768.

I gesuiti alle origini della Specola Vaticana

1578

La necessità di riforma del calendario – nel 1580 l’equinozio di primavera, che nel Concilio di Nicea era caduto il 21 marzo, cade invece il giorno 11 marzo – spinge il Santo Padre Gregorio XIII a nominare una commissione di cui fa parte l’astronomo Cristoforo Clavio SJ. Nel 1580 viene presentato il lavoro finale e il calendario gregoriano, che sostituisce il precedente calendario giuliano, entra in vigore a partire dal 1582, non senza tensioni ecumeniche.
Alcuni anni prima, nel 1576, lo stesso Gregorio XIII fa erigere in Vaticano la Torre Gregoriana (Torre dei Venti o Osservatorio Gregoriano), alta 73 metri, nella cui sala della meridiana hanno probabilmente luogo alcune discussioni della Commissione per la riforma del calendario, dato che essa è conosciuta anche col nome di sala del calendario.
Trascorre più di un secolo prima che la Torre dei Venti cominci a essere usata per osservazioni scientifiche. Ma è solo verso la fine del sec. XVIII che alla Torre dei Venti sono installati i primi strumenti astronomici. L’attività cade nel sonno – parallelamente alla soppressione della Compagnia – e gli altri due osservatori presenti a Roma, l’osservatorio Pontificio sul Campidoglio e quello del Collegio Romano, sono incamerati dallo Stato Italiano, rispettivamente nel 1827 e nel 1878. È  nel 1891, dopo alcuni anni di preparazione previa, che Leone XIII dà conferma solenne della (ri)fondazione in Vaticano dell’Osservatorio astronomico, conosciuto con il nome di Specola Vaticana, affidandola alla Compagnia di Gesù. Il lavoro che vi viene svolto ne fa uno strumento di dialogo tra la Chiesa e le scienze, al di là delle polemiche del tempo.

La polemica con i giansenisti

1635

E’ una delle dispute teologiche più importanti di cui la Compagnia di Gesù è stata protagonista. I giansenisti sostenevano che l’uomo è destinato a fare il male a causa del peccato originale. Da questa condizione non può uscire se non per l’aiuto della grazia. Anche la buona volontà e le buone opere non sarebbero che il frutto del male che l’uomo porta dentro di sé. A questa teologia così pessimista, i gesuiti oppongono una interpretazione opposta, sostenendo invece che l’uomo conserva la possibilità di scegliere il bene anche dopo la caduta di Adamo. Sebbene in maniera ridotta, l’uomo è ancora libero di scegliere.
Il dibattito tra queste due scuole non resta a livello accademico, ma finisce per influenzare il modo in cui i seguaci dei giansenisti vivono il loro rapporto con Dio,  adottando una disciplina morale molto rigida.
Poco a poco iniziano a radunarsi intorno a questo movimento numerosi conventi femminili e maschili, sacerdoti, vescovi e un folto gruppo di laici. La Francia per prima, ma poi molti altri paesi dell’Europa cattolica sono addirittura divisi a metà, in un periodo in cui la questione protestante è ancora viva.
La dottrina giansenista, dopo anni di dibattiti e di accuse vicendevoli, verrà condannata come non conforme al Magistero, ma continuerà a influenzare la fede delle persone ancora per lungo tempo.

Il lassismo gesuitico e le Provinciali di Pascal

1656

Le “Provinciali” sono la risposta dei giansenisti ai gesuiti soprattutto in materia di teologia morale. Pubblicate in modo anonimo da Pascal, “riuniscono tutti i difetti e tutti i vizi mentali dei gesuiti sbagliati del secolo decimosesto e li espongono in bellissimo ordine” (Radius LINK). Oggetto di critica è la dottrina della casistica che i gesuiti portano all’eccesso con la teoria del lassismo, secondo cui in presenza di un dubbio sulla validità di una legge si è autorizzati a non seguirla. Verrà condannata dal Sant’Uffizio a più riprese nel 1665, 1666 e 1679.

La questione dei riti malabarici

1604

La Controversia dei riti malabarici fu una disputa sviluppatasi agli inizi del Seicento in concomitanza con l’affine e coeva Questione dei riti cinesi. L’espressione trae origine dalla regione indiana del Malabar, in cui allora era presente un’importante missione gesuitica, più precisamente nella città di Madura (oggi Madurai). Nulla a che fare, dunque, con la Chiesa cattolica siro-malabarese.

Tale disputa nacque in occasione del viaggio in India del missionario gesuita Roberto de Nobili, compiuto nel 1604: de Nobili ruppe infatti la consuetudine dei missionari di impedire ai neofiti il ricorso a pratiche e usanze locali molto antiche, come l’uso di alcuni segni distintivi delle caste e certe abluzioni (a cui fu in seguito attribuito il nome di riti malabarici).
Nonostante avesse portato a un consistente aumento delle conversioni, tale condotta fu messa in discussione a Roma perché considerata troppo lassista. Nel 1623 papa Gregorio XV si pronunciò a favore di de Nobili, ma agli inizi del Settecento furono i cappuccini a pronunciarsi contro formulando 36 tesi di critica.
Una prima condanna dei Riti Malabarici venne promulgata nel 1704 dal legato papale Carlo Tommaso Maillard de Tournon, diretto in Cina.
Nel 1744 papa Benedetto XIV[1] sancì le 16 norme a cui i missionari cattolici erano obbligati ad attenersi nell’attività di apostolato, tra cui l’obbligo di far assumere ai neofiti nomi di battesimo dei santi cristiani e di vietare l’uso dei segni distintivi delle caste. I missionari dovevano anche pronunciare un giuramento di fedeltà.
Fu poi papa Pio XII, nell’aprile 1940, ad abrogare il divieto dei riti malabarici e il giuramento di fedeltà.

P. Claude de_la Colombière SJ

1641

Santo, nasce il 2 febbraio 1641 a Saint-Symphorien d’Ozon (Isère – Francia) e muore il 15 febbraio 1682 a Paray-le-Monyal (Saone-et-Loire – Francia).

Il padre è notaio e dei sette figli due muoiono infanti e quattro si consacrano a Dio. Dall’ottobre del 1650 Claudio studia al collegio Sainte Trinité di Lyon e nel 1658 entra nel noviziato della Compagnia di Gesù. Per la sua personalità sente in modo vivo il senso degli impegni e in particolare dei voti religiosi, tanto che durante il terz’anno, ultima tappa della formazione del gesuita, decide fermamente di santificarsi attraverso la fedeltà. Allo stesso tempo riconosce bene i suoi limiti, specie la vanagloria.

Due donne gli cambiano la vita. La prima è suor Margherita Maria Alacoque, incontrata nel monastero della Visitazione di Paray-le-Monyal, dove svolge servizio di confessore e direttore spirituale, in quanto superiore della locale comunità gesuita. Margherita afferma di avere visioni e rivelazioni da parte del Sacro Cuore di Gesù. La Colombière vi riconosce un’autentica ispirazione evangelica, che gli consente di confermarla e lasciarsi coinvolgere.
La seconda è la duchessa di York, da cui viene mandato come predicatore. L’inghilterra non è un regno cattolico, per cui nessun sacerdote poteva praticare i ministeri. Il gesuita si trasferisce comunque nel palazzo di San Giacomo.
Dall’inghilterra, dopo un breve periodo di detensione, viene rimandato in Francia. Lì, per la tubercolosi che si aggrava, non può riprendere i precedenti ministeri, ma si occupa della direzione spirituale dei giovani a Lyon. Rimandato a Paray-le-Monyal con la speranza che il clima gli giovi, vi muore il 15 febbraio 1682 a soli 41 anni. La vita di Claudio lo mostra serio e impegnato, ma lo straordinario che racchiude è la totale offerta di se stesso a Dio. Beato nel 1929, Giovanni Paolo II lo canonizza il 31 maggio 1992.

P. Domenico Zipoli SJ

1668

Domenico Zipoli SJ (1688-1726), musicista e compositore, Dicc. Hist. 4083

Domenico Zipoli nasce a Prato nel 1688, dove studia musica sotto la guida di Giovan Francesco Becattelli, teorico, didatta e creatore di musiche di grande chiarezza e finezza di particolari.
Nel 1707 si trasferisce per continuare gli studi musicali a Firenze e in occasione della Candelora e della festività di san Giuseppe partecipa con alcune arie alla realizzazione dell’oratorio Sara in Egitto. Poco tempo dopo lo troviamo prima a Roma e poi a Napoli a studiare sotto la guida di Alessandro Scarlatti, dal quale tuttavia, come attesta la biografia di padre Martini «scapo’ per acuta differenza». A Roma si confronta con i maggiori musicisti dell’epoca, come Bernardo Pasquini, tra i più celebri organisti del tempo e diviene anch’egli tra i più rinomati esecutori e compositori.
Nel 1716, come attestano le fonti, di dice: «partito […] con i Gesuiti per Genova per poi Siviglia di dove à stare al Paraguai».
Entra dunque in noviziato e successivamente, insieme ad un gruppo di 53 missionari, giunge a Buenos-Aires, nel Rio de la Plata; da lì arriva al collegio maggiore di Cordoba dove segue gli studi di filosofia e di teologia. Anche durante tutto il periodo di formazione dei gesuiti Zipoli manterrà la sua passione per la musica, continuando a comporre e ad essere maestro di coro e organista presso la chiesa dei gesuiti.
Già dal 1725 comincia ad aver i primi sintomi della tubercolosi, che lo condurranno alla morte il 2 gennaio 1726.
Negli archivi dell’America Latina si sono ritrovati diverse sue composizioni, che venivano suonate nelle Reduciones di San Pedro e San Pablo, e tra le popolazione dei moxos e dei chiquitos, sebbene Zipoli nelle loro riduzioni non mise mai piede. Il lavoro di Zipoli veniva diffuso da altri suoi confratelli, come Martin Schmidt, che lavoravano direttamente a contatto con gli indios, come viene attestato dal ritrovamento di partiture anche di Corelli e Vivaldi.
Domenico Zipoli fece della sua vita un inno a Dio, cercando di trovare le sue orme all’interno dei tanti mondi musicali che incontrò durante la sua breve ma intensa vita.

P. Lorenzo Ricci SJ

1703

Superiore generale, P. Ricci (1703  – 1775) ha esercitato questo ruolo in un momento delicato della storia della Compagnia di Gesù, a causa delle tensioni con i governi europei (link alla soppressione). Sotto di lui l’Ordine fu espulso prima da alcuni paesi come il Portogallo, la Francia e la Spagna, mentre le Costituzioni furono bruciate in piazza nonostante le proteste di papa Clemente XIII. Fu solamente con Clemente XIV che la Compagnia fu soppressa, e mentre i gesuiti furono integrati nel clero diocesano e religioso (link alla compagnia durante la soppressione), Lorenzo Ricci fu imprigionato a Castel Sant’Angelo. Lì visse fino alla sua morte, due anni dopo, solo e vittima di umiliazioni di ogni tipo, sostenendo fino all’ultimo momento che la Compagnia non aveva dato motivi per essere soppressa.

la soppressione della Compagnia

1773

Dapprima cacciata dai territori di Portogallo, Spagna, Francia, Napoli e dalle colonie del Sud e Centro America, nel 1773 la Compagnia di Gesù finisce per essere soppressa. Le corti borboniche esercitano una pressione talmente violenta su Clemente XIV da costringerlo, “per la pace della Chiesa”, a firmare il 21 luglio 1773 il decreto di soppressione della Compagnia di Gesù “Dominus ac Redemptor”. Per la prassi del tempo, il documento pontificio deve essere accettato dai sovrani di Stato: è così che la Compagnia sopravvive in Prussia e in Russia. (Link alla russia bianca)
Tra le motivazioni esplicite, e non che motivano la soppressione, stanno l’opposizione all’Illuminismo e al Giansenismo, la difesa di teorie in campo morale ritenute troppo lassiste; e, infine, l’antipatia suscitata dalla Compagnia nelle corti europee, che malvolentieri sopportano l’azione dei gesuiti a favore delle popolazioni autoctone, contro lo sfruttamento da parte di colonizzatori avidi, crudeli e senza scrupoli morali.

Dove sono i gesuiti durante la soppressione?

1773

Nel 1773 la Compagnia di Gesù viene soppressa. I suoi beni sono requisiti dagli Stati e i suoi membri sono costretti a trovare riparo in altri Ordini religiosi o nelle diocesi. Ma ci sono due eccezioni: la zarina Caterina la Grande nella Russia Bianca e Federico II in Prussia (almeno fino al 1776) decidono di non promulgare l’editto papale che dichiara la soppressione. Riconoscendo il valore educativo dei loro collegi, decidono di conservare la Compagnia nei loro territori.
Per i gesuiti che vivono in quella parte d’Europa questo è un problema, perché comprendono che la sopravvivenza dell’Ordine è una questione solo giuridica, e che in realtà stanno andando contro al volere di colui al quale hanno fatto voto di obbedienza. La zarina allora si adopera per ottenere da papa Clemente XIV – lo stesso papa che ha soppresso l’Ordine – una bolla papale in cui autorizza i gesuiti a vivere in Russia e in Prussia. Questa situazione di relativa tranquillità permette a molti ex-gesuiti di rientrare nella Compagnia, anche se i Borboni non vedono di buon occhio questa soluzione e cercano di impedirla.
Nel 1814 Pio VII ripristina la Compagnia, ma a causa di rivalità religiose nate proprio in quel periodo, i gesuiti sono banditi proprio da quella stessa Russia che li aveva accolti.

S. Giuseppe Pignatelli SJ

1737

José Pignatelli y Moncayo nasce il 27 dicembre 1737 a Saragozza (Spagna) e muore il 15 novembre 1811 a Roma.
A seguito dell’espulsione dei gesuiti dalla Spagna nel 1767, si imbarca da Saragozza verso Civitavecchia. Poi, a causa di un’ulteriore espulsione, si trasferisce a Ferrara e di lì a Bologna dove pratica attivamente l’apostolato della conversazione spirituale.
Per il nucleo crescente di vecchi gesuiti e di giovani pretendenti che si gli si radunano intorno, per il prestigio che gode presso i due sovrani borbonici di Parma e di Napoli, per il suo operare in Italia dove risiede il Sommo Pontefice e, soprattutto, per la fama della sua santità, è Pignatelli che merita il titolo di principale restauratore della Compagnia di Gesù.
A questo compito si dedica corpo e anima da quando, il 6 luglio 1797, rinnova la sua professione solenne nella nelle mani del P. Luigi Panizzoni, viceprovinciale in Italia del vicario generale della Russia Bianca [LINK].
Maestro dei pretendenti e successivamente provinciale, riorganizza la Compagnia di Gesù nei regni di Napoli e Sicilia con antichi gesuiti italiani e spagnoli, insieme alle nuove vocazioni che stanno nascendo in Italia.
Dopo aver trascorso due anni a Napoli, è costretto a rifugiarsi a Roma dove tratta ripetutamente con Pio VII gli assunti della Compagnia di Gesù, dedicandosi al governo della provincia dispersa d’Italia, alla vita interiore, alla direzione spirituale e al soccorso degli indigenti.
Gli si riconoscono, come virtù eminenti, lo spirito di orazione, la resistenza di fronte ai lavori e alle persecuzioni, e la sua illimitata fiducia in Dio.
È beatificato da Pio XI nel 1933 e canonizzato da Pio XII nel 1954.

la ricostituzione della Compagnia di Gesù

1814

Nell’agosto 1814 nella cappella della congregazione dei nobili a Roma, alla presenza di una grande folla, tra cui anche 150 gesuiti dei tempi della soppresisone, Papa Pio VII fa leggere la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum con la quale la Compagnia di Gesù è ricostituita a tutti gli effetti.
I gesuiti radunati sono 600, segno che l’ideale ignaziano è rimasto vivo e ancora capace di attrarre giovani da tutto il mondo. A gruppi o da soli tornano nelle terre da cui erano usciti 70 anni prima: riaprono chiese e scuole. Ripartono praticamente da zero. Il contesto europeo è decisamente cambiato. Anche la “nuova” Compagnia è diversa dalla precedente.

Il gesuita moderno di Vincenzo Gioberti

1846

E’ l’espressione massima della campagna antigesuitica in Italia, dove, i rapporti tra Chiesa e Stato sono inaspriti dalla “questione romana” e la Compagnia è accusata (non a torto) di essere uno dei principali ostacoli alla realizzazione dell’unità nazionale. L’opera del Gioberti consolida e diffonde gli stereotipi che circolano intorno all’immagine dei gesuiti. Si parla di gesuitismo politico, si designa la Compagnia di Gesù come “la milizia […] più fida alleata e complice dello straniero”.

La critica giobertiana, per quanto esagerata e accesa nei toni, individua nella divaricazione tra l’ispirazione originaria e geniale di Ignazio e un certo atteggiamento scaltro dei gesuiti moderni i germi della decadenza della Compagnia, contribuendo a innescare quel processo di rinnovamento che culminerà nel tempo del Concilio Vaticano II

I gesuiti Pellico, D’Azeglio e Bixio, fratelli dei famosi personaggi storici

1793

Il P. Francesco Pellico, fratello di Silvio, dapprima prete diocesano entra poi nella Compagnia di Gesù e diventa provinciale dei gesuiti piemontesi. Nel gennaio del 1848, nel pieno della campagna antigesuitica, si rivolge coraggiosamente a Carlo Alberto con queste  parole: “Era sapientemente dichiarato da V. M. nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l’onore delle persone e dei ministri della Chiesa. Ma pare che nell’avvilire e calunniare i gesuiti non si tema di trasgredire la legge […] esposti per la sola qualità di gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali ed i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo

Il P. Prospero Taparelli D’Azeglio (Torino 1793 –  Roma 1862), più conosciuto col nome di Luigi, a differenza dai suoi due fratelli Roberto e Massimo e il cugino Cesare Balbo, non è dedito alla politica attiva. Fino all’età di 42 anni è impegnato in affari di amministrazione interna della Compagnia e assorbito dagli uffici confidatigli. A seguire diventa eminente professore e scrittore nell’ambito delle scienze morali e giuridiche, lavorando prima a Palermo e poi, fino alla morte, come collaboratore ordinario della rivista La Civiltà Cattolica, di cui è uno de fondatori.

Il P. Giuseppe Bixio SJ (Genova 1819 – Santa Clara, California, 1889) è fratello del generale Nino Bixio, braccio destro di Giuseppe Garibaldi nella lotta per l’unificazione italiana e di Giacomo Bixio, politico e scrittore in Francia. È ricordato più per la sua relazione con i suoi fratelli famosi, in special modo con Nino il cui anticlericalismo lo contrappone a Giuseppe, che per le sue proprie realizzazioni. Con tutto, contribuisce all’insediamento della Chiesa cattolica nelle prime parrocchie in cui ha servito, soprattutto in California.

P. Angelo Secchi SJ

1818

Il P. Angelo Secchi (Reggio Emilia 1818 – Roma 1878) è uno dei più importanti astrofisici della storia. Tra l’altro, scopre che le stelle possono essere ricondotte a quattro tipi fondamentali in base alla loro composizione spettrale (cioè ai colori che compongono la luce che emettono). Inoltre, è considerato il fondatore della meteorologia italiana. Un meteorografo da lui inventato gli vale una medaglia d’oro all’esposizione universale di Parigi, nel 1867. Dopo che le truppe del Regno d’Italia entrano a Roma nel 1870, i religiosi sono espulsi dalla città e i loro edifici, tra i quali  il Collegio Romano, diventano proprietà dello Stato. Tuttavia, data la notorietà internazionale del padre Secchi, gli si permette di rimanere a Roma e di proseguire le ricerche che conduce nel suo osservatorio. Tale osservatorio, egli stesso aveva voluto farlo costruire al di sopra della falsa cupola della chiesa del Sant’Ignazio, in ragione della stabilità che gli enormi pilastri dell’edificio donavano agli strumenti d’osservazione.

nasce la rivista “La Civiltà Cattolica”, prima rivista in lingua italiana

1850

L’idea che ispira la fondazione della rivista è quella di entrare in dialogo con la cultura contemporanea al fine di preservare la “civiltà cattolica” dalle provocazioni risorgimentali dei massoni e dei liberali. Per questo si decide di utilizzare la lingua italiana e non il latino per favorire una più ampia divulgazione. Primo direttore della rivista è P. Carlo Maria Curci, ma a volerla è soprattutto Papa Pio IX (in quel momento esule a Gaeta).
Nella rivista possono scrivere solo gesuiti. Ad essa collaborano uomini di grande valore, come il Padre Luigi Taparelli d’Azeglio (fratello di Massimo), il Padre Antonio Bresciani e il Padre Matteo Liberatore.
La rivista ha subito un grande successo: del primo fascicolo, stampato in 4.200 copie, si devono fare sette edizioni successive. Dopo quattro anni la tiratura sale a 13.000 copie: numero notevole per l’epoca, tanto che il tipografo è costretto ad acquistare in Inghilterra una «macchina celere» in sostituzione di quella per la stampa a mano.

P. Tacchi Venturi SJ

1861

Storico, diplomatico e scrittore. Nasce il 12 agosto 1861 a San Severino Marche (Macerata) e muore il 18 marzo 1956 a Roma.
Per le sue doti di scrittore, è scelto dal Padre generale Luis Martín SJ per scrivere la Storia della Compagnia di Gesù in Italia. L’opera, che si limiterà al periodo ignaziano, si segnala per il superamento del genere letterario apologetico, per l’esattezza critico-filologica, per la ricostruzione storica e, infine, per la tesi della lenta maturazione di Ignazio e una graduale chiarificazione dei suoi piani.
È responsabile per gli articoli su temi ecclesiastici della Enciclopedia Italiana Treccani, a partire dal quarto volume.
Nel  1911-13 cura l’edizione delle lettere del suo conterraneo P. Matteo Ricci SJ [LINK] nella loro edizione originale in italiano conservata negli archivi della Compagnia, grazie alla quale la figura di Ricci si impone all’attenzione degli studiosi italiani.
A partire dal 1922 svolge un ruolo di mediazione tra la Santa Sede e il governo italiano per svariate questioni. Tra le più importanti, si segnalano: nel 1927-28, il suo intervento contro la pretesa statale monopolizzatrice nell’educazione della gioventù; nel 1931, la mediazione con Mussolini a favore dell’Azione Cattolica Italiana; nel 1935-36, le sue pressioni per una soluzione pacifica della guerra di Etiopia; nel 1939, la sua partecipazione attiva contro le leggi razziali che Mussolini introduce progressivamente.

P. Miguel Agustín Pro SJ

1891

Beato e martire, simbolo delle persecuzioni della chiesa messicana, P. Miguel Agostino Pro nasce il 13 gennaio 1891 a Guadalupe e muore a Città del Messico il 23 novembre 1927. La scena è quella del conflitto in Messico tra Chiesa e Stato. La politica anticlericale del movimento armato costituzionalista obbliga nel 1914 il novizio Miguel a lasciare il paese, che rivedrà per un anno solo nel luglio 1926,  mentre gli scontri attraversano il loro momento peggiore.
Lavora allora nella capitale come sacerdote instancabile e brillante, generoso e ironico. In bicicletta, distribuisce settimanalmente la comunione durante riunioni clandestine e, mentre la società le respinge, aiuta le ragazze madri; inoltre, si preoccupa delle prostitute e fonda una casa per aiutarle a cambiar vita.
Interiormente, sente un conflitto tra l’amore per Cristo Re, fin quasi a desiderare il martirio, e la cosapevolezza della necesità del suo sacerdozio. Tenuto sempre sotto controllo, e tuttavia interiormente libero, la sua attività ha un’eco così forte che il governo decide infine di eliminarlo.
Molte volte e in molti modi diversi riesce a evitare la cattura, ma il 13 novembre 1927, quando la Lega in Difesa della Libertà Religiosa partecipa a un attentato contro Alvaro Obregòn, candidato del governo alla presidenza della repubblica, la polizia accusa anche P. Pro e i suoi fratelli, Humberto e Roberto. A nulla servono le proteste formali contro la condanna a morte, per la quale il governo viola le procedure legali tanto da anticiparne di mezz’ora l’esecuzione, per impedire ogni soccorso. Gli interventi diplomatici arrivano, ma si salva solo Roberto, ultimo a dover comparire davanti al plotone di esecuzione. Miguel e Humberto vengono fucilati alle 10 del mattino del 23 novembre 1927, gridando “Viva Cristo Re”.
P. Pro era certamente innocente. E’ chiaro quindi che la sua morte serviva a indebolire la Chiesa. Viene dichiarato martire il 10 novembre 1986 e beatificato da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988.

I gesuiti piemontesi piantano le prime vigne in California

1683

Sono soprattutto i gesuiti a esplorare la zona della California e a darne una dettagliata descrizione. La missione del 1696 annovera molti italiani (S. Ugarte, F.M. Piccolo, A. Carta, G. Minutoli, I.M. Napoli, M. Nascimbeni, Giovanni Salvaterra). Ed è un gesuita, Francesco Clavigero, a pubblicare in Venezia nel 1789 due grossi volumi sulla “Storia della California” senza esserci mai stato, ma servendosi della documentazione dei confratelli. E ancora sono i gesuiti i primi a trapiantare e a diffondere le vigne in quei territori producendo il pregiato Novitiate Jesuit Wine Black Muscat.

 

nasce Radio Vaticana affidata ai gesuiti

1930

Nel 1929 il Papa Pio XI incarica Guglielmo Marconi di costruire una stazione radio all’interno del nuovo Stato Vaticano e chiama P. Giuseppe Gianfranceschi SJ, fisico e matematico, come direttore (su suggerimento dello stesso Marconi). A lui succedono come direttori generali P. Filippo Soccorsi SJ (1934-1953), P. Antonio Stefanizzi SJ (1953-1967), P. Giacomo Martegani SJ (1967-1973), P. Roberto Tucci SJ (1973-1985), P. Pasquale Borgomeo SJ(1985-). Il direttore attuale è P. Federico Lombardi SJ.

B. Rupert Mayer SJ

1886

Gesuita sensibile alle ingiustizie e dallo spirito ardito, P. Rupert Mayer (Stuttgart, 1883 – Monaco 1945) nominato cappellano militare, già negli anni Venti si accorge della pericolosità del movimento nazista e predica l’inconciliabilità tra nazionalsocialismo e cristianesimo. Sfida il divieto nazista di raccogliere denaro per la Caritas, mettendosi a fare questua davanti alla chiesa di San Michele, a Monaco. A causa delle sue prediche antifasciste la Gestapo lo arresta. Rilasciato, gli viene intimato di non predicare più, ma lui continua in modo ancor più ardito, animato dalle parole di S. Paolo:”guai a me se non annunciassi il vangelo” (1cor 9,16). Il 5 gennaio 1938 viene nuovamente arrestato e internato nel campo di concentramento di Landsberg.

Rilasciato il 3 maggio 1938, Rupert Mayer smette di predicare, ma si rifiuta categoricamente di svelare il segreto confessionale. Il 3 novembre viene nuovamente arrestato e portato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino e lontano dalle comunità cattoliche tedesche. Visto che il suo stato di salute va deteriorandosi, i nazisti, per non far di lui un martire, lo fanno internare nel monastero di Ettal vicino ad Oberammergau lo stesso che ospita il pastore evangelico Dietrich Bonhoeffer, anch’esso antifascista. A guerra finita Rupert Mayer rientra a Monaco, ma muore nello stesso anno (novembre 1945) mentre sta predicando dal pulpito della chiesa di Michaelskirche. È sepolto nella cripta della chiesa della congregazione mariana a Monaco, la Bürgersaalkirche. Nel 1978 viene beatificato da papa Giovanni Paolo II.

S. Alberto Hurtado SJ

1901

Uomo profondamente spirituale, infaticabile nel suo lavoro per i giovani e gli operai. Santo dedito all’apostolato sociale e giovanile e scrittore. Alberto Hurtado nasce il 22 gennaio 1901 a Vina del Mar e muore il 18 agosto 1952 a Santiago del Cile.
Svolge gran parte della sua formazione da gesuita in Europa, conseguendo a Lovanio il dottorato in psicologia e pedagogia. Torna in Cile nel gennaio del 1936 e si dedica ai giovani come professore di religione e direttore spirituale del collegio di Santiago. Nel frattempo insegna pedagogia all’Università Cattolica.
Ha grande amore per gli esercizi spirituali di S. Ignazio e ne propone corsi ogni volta che può. Crescendo la domanda, erige una casa di esercizi, promuovendo corsi che daranno origine a molte vocazioni per tutta la chiesa.
Nel 1940 il suo primo libro  intitolato “E’ il Cile un paese cattolico?” offre un’analisi sociologica della Chiesa in Cile che di fatto provoca una tempesta di reazioni perché scuote la coscienza dei cattolici cileni.
Lavorando nella capitale viene colpito dalla situazione dei  senza tetto, e ne parla durante un ritiro. E’ così che nasce l’opera per cui è più noto: El Hogar de Cristo, una casa dove i poveri possono trovare cibo e accoglienza, e nuove possibilità di vita. Inoltre i più giovani vi ricevono la formazione di base e imparano un lavoro. El Hogar de Cristo mostra presto tutta la sua forza con le 846.038 persone a cui offre asilo dal 1945 al 1951, anno precedente la morte di Alberto.
Lavora sempre più vicino agli operai sapendo tenere insieme i loro problemi e i principi della dottrina sociale della chiesa. Fonda l’Associazione sindacale cilena perchè formi leader in questo campo e per loro pubblica altre tre opere: Humanismo social (1947), El orden social cristiano (1947) e Sindacalismo (1950).
Già in vita gode di santità presso il popolo. Viene beatificato nel 1994 da Giovanni Paolo II e canonizzato nel 2005 da Benedetto XVI.

P. Teilhard de Chardin SJ

1881

Teologo, antropologo e geologo conosciuto a livello internazionale, P.  Pierre Teilhard de Chardin (Orcines, 1º maggio 1881 – New York, 10 aprile 1955) ha sempre cercato di integrare il suo lavoro scientifico con la sua esperienza di fede.
Wired ha visto in lui uno dei precursori di Internet, in quanto uno dei concetti chiave del pensiero di Teilhard de Chardin è quello di noosfera, intesa come grande coscienza collettiva che nasce dalle relazioni sociali umane e si sviluppa in maniera crescente fino a renderle sempre più condivise, formando piano piano una specie di grande mente che avvolge tutta la terra. Teilhard afferma poi che questo processo giungerà al culmine alla fine dei tempi, quando le relazioni tra gli uomini e con Dio diventeranno talmente intime e totali da permetterci di essere una cosa sola con gli altri e con Dio.
Il suo appoggio convinto alle tesi evoluzioniste si manifesta nelle sue tesi sul peccato originale, entrando in contrasto con le tesi classiche della dottrina della Chiesa. Oltre a perdere l’insegnamento, gli viene imposto di partire per la Cina, dove vive per vent’anni, senza che l’amore per la Chiesa venga meno.
Durante questo tempo continua le sue ricerche antropologiche – con la sua équipe scopre i primi resti del sinantropo –, e la sua riflessione teologica, terminando di scrivere “Il Fenomeno Umano”, la summa del suo pensiero.
Nel 1946 ritorna in Francia dove continua il suo lavoro di ricercatore, e nel 1951 si trasferisce a New York, dove vive fino alla morte.
La sua figura e il suo pensiero hanno continuato a sollevare discussioni per molto tempo anche in ambito non cattolico, fino a quando anche Benedetto XVI ha riconosciuto la forza del suo pensiero e l’influsso sul Concilio Vaticano II, in modo particolare riguardo alla Gaudium et Spes.

Fr. Mario Venzo SJ

1900

Fratel Mario Venzo (Rossano Veneto 1900 – Gallarate 1989) studia all’Accademia delle Belle Arti di Venezia e completa i suoi studi a Parigi, dove vive tra il 1925 e il 1940. Questo sarà un periodo molto importante per la sua crescita artistica e spirituale:  Parigi in quegli anni era una città piena di stimoli e di opportunità, luogo d’incontro di alcuni tra i più grandi artisti del 900 europeo tra cui Picasso, Dalì, Modigliani, Tozzi e De Pisis, alcuni dei quali Venzo ebbe l’opportunità di conoscere. Visse una vita da bohemien per alcuni anni nello storico quartiere di Montparnasse, dove lentamente si fece conoscere grazie alla partecipazione ad alcune esposizioni sia collettive che individuali. Questi furono anche gli anni in cui iniziò il cammino di conversione, che lo portò a scegliere la vita religiosa secondo lo stile della Compagnia di Gesù. Entrato in noviziato nel 1941, diventa fratello coadiutore (metti il link alla domanda della FAQ : che differenza c’è tra un fratello e un sacerdote?), e decide di lasciare il mondo della pittura. Questo abbandono lo segna profondamente, al punto da vivere una profonda crisi dalla quale uscirà solo riprendendo a dipingere. Questo tempo di silenzio e meditazione non sarà però tempo perso: il suo stile è arricchito dalla spiritualità ignaziana, che lo avvicina alla natura in modo diverso, con uno sguardo più profondo che trova espressione attraverso colori più vivi.
Dal 1948 inizia di nuovo a partecipare attivamente alla vita artistica, esponendo in Italia, Francia, Germania e arrivando fino in Brasile, in Colombia e a New York.

Nasce la rivista “Aggiornamenti Sociali”

1950

La nuova rivista nasce con l’intento di diffondere l’insegnamento sociale della Chiesa e  favorire la crescita di una autentica democrazia nel nostro Paese, appena uscito dal fascismo e dalla guerra, secondo le linee tracciate dalla Costituzione repubblicana. Preparata dal Centro studi sociali dei gesuiti di Milano, si rivolge a sacerdoti e a laici impegnati in campo sociale, allo scopo di aggiornarli mensilmente, mettendo a loro disposizione quanto di meglio è apparso sulla stampa, integrando questa documentazione con opportuni inquadramenti, valutazioni, precisazioni e rilievi.

I gesuiti del Vaticano II

1965

Il Concilio Vaticano II è stato un momento importantissimo per la Chiesa, e anche i gesuiti hanno dato il loro contributo alla riflessione che è stata portata avanti. Tra gli italiani possiamo ricordare il card. Roberto Tucci, che fu membro della commissione che preparò il documento sull’apostolato dei laici.
Molti altri gesuiti parteciparono, soprattutto in qualità di consulenti della Commissione Teologica, organismo che aveva lo scopo di elaborare i testi da sottoporre all’approvazione del Collegio Episcopale. Tra i più importanti ricordiamo P. Karl Rahner SJ, che aiutò a riscoprire un volto della Chiesa più aperto al dialogo con il mondo e con le altre religioni. Altri due gesuiti che hanno rivestito un’importanza centrale sono P. Henri De Lubac SJ e P. Jean Daniélou SJ. A loro si deve il “ritorno alle fonti”, cioè la riscoperta dei Padri della Chiesa.
C’è un ultimo gesuita che vale la pena ricordare, nonostante fosse morto da dieci anni: P. Pierre Teilhard de Chardin SJ (link interno), del quale anche l’allora cardinale Joseph Ratzinger riconobbe il forte influsso avuto nella stesura della Gaudium et Spes.

La Compagnia del dopoconcilio

1970

Concluso nel 1965, il Concilio aveva promosso per tutti i religiosi il ritorno al carisma originario.
Questo significa per la Compagnia prima di tutto ripresa e incremento degli studi sugli scritti di Ignazio, specie le Costituzioni. La formazione dei giovani gesuiti viene, inoltre, modellata sul pensiero del Concilio circa la vita religiosa. Il Concilio e la XXXI Congregazione Generale, poi, mettono in evidenza la necessità di un impegno ecumenico più attivo, e in India i padri uniscono protestanti e cattolici nel campo dell’educazione cristiana. Sin dalle origini, in fine, alla Compagnia interessano principalmente le necessità pastorali e sociali: questa tradizione adesso è favorita dalla crescente coscienza nella Chiesa delle ingiustizie e della povertà del mondo.
Questi sono alcuni degli sviluppi che portano padre Arrupe a convocare una nuova Congregazione Generale, che ha luogo dal 2 dicembre 1974 al 7 marzo 1975. Tra i suoi 16 decreti, due in particolare – il quarto e il dodicesimo –  evidenziano i netti cambiamenti dei tempi.
Dalla stesura particolarmente laboriosa, il quarto decreto ha però un obiettivo chiaro: il servizio della fede e la promozione della giustizia forniscono il moderno contesto in cui la Compagnia deve collocare tutti i tipi del suo lavoro apostolico. Il quarto decreto rappresenta ancora oggi un testo obbligato di riferimento.
Il dodicesimo decreto sulla povertà è un altro esempio dei notevoli cambiamenti sociali della Chiesa. Dopo il Concilio, l’intera cristianità si è impegnata per una più profonda comprensione e nuove esperienza della povertà evangelica. La Compagnia stessa opera questo cambiamento passando da una povertà intesa come questua, a una intesa come servizio.
Nel tempo, l’originalità della Compagnia è la fedeltà alla chiamata storica di Dio che, in ogni epoca, chiede di adottare uno spirito per cui il comportamento dei gesuiti deve unire costantemente conversione personale e riforma delle strutture.

P. Ignacio Ellacuría SJ e compagni martiri

1930

A San Salvador, la notte del 16 novembre 1989, una squadra di militari fa  irruzione nella casa dei gesuiti della Università Centroamericana (UCA) e uccide sei religiosi: Ignacio Ellacuria, rettore, filosofo e teologo, figura rappresentativa del gruppo, e Segundo Montes, Ignacio Martìn Barò, Amando Lopez, Juan Ramòn Moreno e Joaquin Lopez. Con loro vengono uccise anche due donne del servizio: Elba Ramos e la figlia Celina.
Nel 1989 il paese centramericano di El Salvador si trova in piena tensione sociale. Fondato su un’economia agraria, con grandi latifondisti da un lato e braccianti senza terra dall’altro, è attraversato da povertà e  ingiustizie.
La chiesa salvadoregna riceve rinforzi da tutta la Chiesa e anche dalla Compagnia di Gesù. In particolare il gruppo di missionari gesuiti dell’UCA, attenti alla realtà circostante e con la riflessione teologica, s’impegna in una presa di coscienza, formando gli studenti ad assumersi la responsabilità sociale, civica e politica del paese.
Uomini di dialogo, di fronte agli atteggiamenti violenti della destra e della sinistra, i gesuiti dell’UCA sperano in una terza forza che pratichi la negoziazione tra le parti, unica soluzione possibile per raggiungere la pace nazionale.
Ignazio, addolorato per gli atti di terrorismo, accetta la richiesta del governo di collaborare come mediatore, criticando la recente offensiva guerrigliera e riaffermando la sua fiducia nella negoziazione. Tuttavia l’atteso dialogo si trasforma in terrore, con la violenta morte, in una notte, di P. Ellacuria e compagni.
Ellacuria fu un uomo di ideali utopici, contrario a ogni violenza e, seppur influenzato in alcune idee da Marx, di un pensiero solidamente innestato nella fede cristiana. Il contatto con i più poveri portò alla morte di questi gesuiti, che così testimoniano l’attaccamento al popolo salvadoregno, in uno con la loro consacrazione a Dio.

P. Pedro Arrupe SJ

1907

Pedro Arrupe nasce nei Paesi Baschi, a Bilbao, il 14 novembre 1907. Compie i suoi studi di medicina a Madrid, durante i quali matura la scelta di diventare gesuita. Entra in noviziato nel 1927, e alla fine della formazione è inviato in Giappone come missionario. Diventato maestro dei novizi, si trova a Hiroshima quando il 6 agosto 1945 viene sganciata la bomba atomica sulla città. Per aiutare la popolazione trasforma il noviziato in un ospedale da campo, e grazie alla sua formazione medica è in grado di aiutare molti feriti. Questa esperienza lo marca profondamente.

Nel 1965 viene eletto Superiore Generale della Compagnia di Gesù, accompagnando l’ordine dei gesuiti attraverso il grande cambiamento che  rappresenta il Concilio Vaticano II: il grande sforzo di rinnovamento che la Chiesa affronta si riflette anche nella vita e nelle opere dei gesuiti, che si trovano a chiedersi che cosa il Signore voglia da loro in quel momento di grandi cambiamenti. La questione che P. Arrupe ha più a cuore è l’attenzione agli ultimi: è sotto la sua guida che la Compagnia reinterpreta la sua missione come servizio della fede e promozione della giustizia. In maniera particolare si spende per i rifugiati, chiedendo a tutta la Compagnia di rispondere a questa sfida. E’ grazie a lui che oggi il JRS (Jesuit Refugees Service) opera in molte zone del mondo, tra cui in Italia tramite il Centro Astalli.

Nell’estate del 1981 un infarto lo conduce alla paralisi e alla perdita della parola. Lasciato l’incarico, muore nel 1991, vivendo questo lungo tempo di malattia pregando per quella Compagnia che aveva guidato per oltre trent’anni.

Bibliografia:

P. M. Lamet, Pedro Arrupe, Un’esplosione nella Chiesa, Editrice Ancora, Milano, 1993.

P. Roberto Busa SJ

1913

Nasce a Vicenza nel 1913 e muore a Gallarate nel 2011.
Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1933, è docente di filosofia scolastica nella Facoltà dell’Aloisianum a Gallarate e, successivamente, docente di linguistica ed ermeneutica computazionali all’Università Cattolica di Milano ed alla Pontificia Università Gregoriana a Roma.
Tra i pionieri dell’uso dell’informatica nella linguistica, P. Busa, in collaborazione con l’IBM, ha realizzato, a partire dal 1949, la monumentale impresa dell’Index Thomisticus, informatizzando l’opera omnia di San Tommaso d’Aquino e dei testi a lui connessi. Nel 1980 è uscita l’edizione a stampa in 56 volumi e dal 1992 è disponibile su cd-rom.
Sfruttando l’apporto del computer che permette di realizzare censimenti integrali in breve tempo di molti universi linguistici chiusi, ha assicurato alle scienze linguistiche una maggiore precisione scientifica. Si è concentrato sulle più di 11 milioni parole latine del corpus thomisticum e, successivamente, su altrettanti di altre 22 lingue di 9 alfabeti diversi.
L’Index Thomisticus è un progetto linguistico pioniere nel suo genere, in cui ogni parola è fornita di ipertesti interni che, tra le numerose caratteristiche, specificano lemma, morfologia, tipologie e semantica. Questo lavoro è importante sia dal punto di vista dei contenuti che da quello del modello metodologico adottato.
“La linguistica  computazionale – ricorda P. Busa – dovrebbe condurre gli studiosi a una maggiore attenzione alle parole, cioè a pensare le parole prima di esprimerle e questo oggi è molto importante”.

Card. Carlo Maria Martini SJ

1927

Il Cardinal Carlo Maria Martini (Torino 1927 – Gallarate 2012) può essere considerato come uno dei più grandi interpreti della fede nella post-modernità. E’ stato un uomo di preghiera e di servizio fedele alla Chiesa, ma anche di ascolto della pluralità di voci della nostra società globalizzata.

Fin da ragazzo nutre una vera passione per le Sacre Scritture, che si svilupperà poi con i successivi studi biblici. Questa passione lo porta del resto a diventare uno dei pochi esperti cattolici di critica testuale, capace di collaborare nei comitati scientifici internazionali. Il lavoro di biblista è interrotto dalla sua elezione a Arcivescovo di Milano, nel 1979. Sembra che Giovanni Paolo II fosse rimasto colpito dalla sua capacità di rendere vivo il testo biblico. Forse per questo lo vuole in una delle città più secolarizzate d’Italia. E in effetti la prima preoccupazione del vescovo Martini è di accompagnare la diocesi ambrosiana, naturalmente portata all’azione, a riscoprire “La dimensione contemplativa vita” (titolo della sua prima lettera pastorale). Martini inventa poi  “La scuola della Parola”, cioè una serie di incontri proposti ai giovani per imparare a pregare a partire dal testo biblico, ispirandosi all’antico metodo monastico della Lectio Divina. Altra iniziativa caratterizzante il suo episcopato è la “La cattedra dei non credenti”. Dei non-credenti d’autorità riconosciuta sono stati chiamati a dare un insegnamento alla Diocesi, nella convinzione che un ascolto reciproco tra credenti e non è utile a entrambe, affinando l’ascolto di ciascuno alla fede e all’incredulità che abitano lo spirito umano. Infine Martini è stato riconosciuto come una delle più importanti personalità pubbliche nella vita della città, avendo giocato un ruolo di mediazione nelle diverse tensioni che hanno attraversato la società civile, durante i 23 anni del suo episcopato.

Costituzioni SJ e altre congregazioni

Ci sono congregazioni che hanno preso per il loro governo le Costituzioni SJ [LINK](generalmente il loro Sommario), o hanno introdotto alcune delle loro prescrizioni e vari suoi paragrafi più ispiratori o trascendenti. Si incontrano segnali di questa classe di influssi nelle Costituzioni riformate (1580) degli Eremitani di S. Agostino, in quelle degli Scolopi (1621) di S. Giuseppe Calasanzio, nelle Regole dell’Istituto della Carità (1839) di Antonio Rosmini e nell’istituto dei Padri Bianchi (1879), per citare alcune tra le congregazioni maschili.

Tra le femminili il numero è grande. Più di cento tra di loro rivendicano questa relazione con lo spirito o con le stesse Costituzioni ignaziane, cominciando per la Compagnia di Maria (1607), l’Istituto della Beata Vergine Maria (o Dame Inglesi) (1609), le orsoline (1612), e tante altre, soprattutto nei secoli XIX e XX.

Il sondaggio Doxa del 1991 in Italia

1991

L’indagine, voluta dalla Compagnia di Gesù in occasione dei 500 anni della  nascita di S. Ignazio, rivolta agli italiani adulti, pone due domande. Alla prima: “Tra gli ordini religiosi, quale ha avuto un ruolo di maggior importanza e influenza nella storia?”, il 47,6% risponde i francescani, il 23% i gesuiti, il 14% i salesiani. Alla seconda: “Quale fa sentire maggiormente la sua influenza nella vita culturale, politica e religiosa italiana?” il 36,2% risponde i francescani, il 23,3% i gesuiti, il 21,5% i salesiani.
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P. Gerard Manley Hopkins SJ

1844

Un «piccolo pacco d’esplosivo ad alto potenziale», capace di liberare la poesia inglese «dal “ron ron” della tradizione ottocentesca», così Attilio Bertolucci ha definito l’opera di Gerard Manley Hopkins (1844-1889), uno dei fondatori della poesia inglese moderna e contemporanea. «Come salvare la bellezza dallo svanire lontano?»: questa è la domanda fondamentale che genera la sua ispirazione. Lo sguardo del poeta – maturato al crogiuolo di una sofferenza profonda di cui abbiamo una eco nei suoi «terrible sonnet» – è tutto teso a scoprire la «freschezza» che vive nel «profondo delle cose», senza indugiare su ciò che induce a disperare o a credere che tutto sia destinato a finire. Nei suoi versi il mondo appare «carico», nel senso elettrico, «della grandezza di Dio» che scuote e fa vibrare il mondo, nel quale resta sempre immediatamente sensibile l’eco della gloria della creazione. Hopkins esalta dunque Dio non in quanto stabile sicurezza dell’essere, ma in quanto autore delle differenze e delle energie polarizzanti. Una poesia troppo moderna la sua, tanto da non essere compresa mentre il poeta era in vita, e che ha saputo esprimere in maniera altissima la spiritualità ignaziana.

La chiesa del Gesù di Roma

1551

La chiesa del Gesù è la chiesa madre della Compagnia di Gesù, e in essa è conservata la tomba di sant’Ignazio di Loyola e di molti altri Superiori Generali dell’ordine. La chiesa è il primo esempio di uno stile architettonico che diventerà tipico dei luoghi di culto della Compagnia, al punto da essere definito “barocco gesuitico”. Si trovano  esempi in molti posti, come ad esempio a Palermo, a Praga e in Bolivia. La sua caratteristica principale è la presenza di una sola grande navata centrale che permetteva a tutti i presenti di ascoltare il predicatore da qualsiasi punto.
Questo nuovo stile è il risultato di due diverse esigenze: da una parte quella dei gesuiti, che volevano una chiesa semplice, senza troppe decorazioni, con una struttura capace di far propagare liberamente il suono della voce del predicatore, e dall’altra quella del cardinale Alessandro Farnese, il finanziatore dei lavori, che voleva una chiesa che con il suo sfarzo rispecchiasse la sua ricchezza e il suo potere, secondo la consuetudine diffusa in quel tempo.
L’edificio è stato pensato in maniera tale da permettere a tutti coloro che entrano in chiesa di ripercorrere, con l’aiuto dei dipinti e delle sculture, il percorso degli Esercizi Spirituali, un percorso che termina con la partecipazione all’eucaristia, luogo di incontro personale con Cristo.

Il Collegio romano

1551

Entusiasmatosi per il successo, tanto scientifico come apostolico, del collegio-università a Messina (1547), Ignazio pensa alla città di Roma. L’attività comincia nel 1551 in una modesta casa della via Capitolina con quindici studenti gesuiti. Data l’insufficienza degli spazi per il successo ottenuto, ci si sposta all’attuale via del Gesù.
Le lettere d’Ignazio mostrano che egli pretende creare un seminario che sia un modello per fondazioni somiglianti in altri paesi, alle quali il Collegio Romano fornirebbe professori ben preparati. L’istruzione è impartita gratuitamente. Ignazio si impegna attivamente per dotare il Collegio di una macchina da stampa con il fine di pubblicare libri di testo a basso costo per gli studenti poveri.
Nel 1557 il Collegio deve nuovamente cambiare sede e si trasferisce sul terreno dove è situata attualmente la chiesa di S. Ignazio, ma in cui, all’epoca, si fa costruire la chiesa in onore dell’Annunziata.
Il Santo Padre Gregorio XIII è considerato il secondo fondatore in quanto nel 1581 assicura una rendita sufficiente per mantenere un centinaio di studenti. Ma lo spazio non è sufficiente e allora si chiede di poter disporre della superficie che va dal collegio alla piazza attuale, comprando le case che lì esistono. Nel gennaio del 1582 si pone la prima pietra.
All’inizio  del sec. XVII, il Collegio Romano è frequentato da 2000 studenti. Si rende necessaria la costruzione di una nuova chiesa: è l’attuale chiesa di Sant’Ignazio, iniziata nel 1626, aperta al pubblico nel 1650 e terminata nella sua ornamentazione nel 1773. L’eccellente edificio da’ un nuovo impulso allo studio della musica: le opere di teatro rappresentate dal Collegio Romano passano a far parte degli eventi  importanti nel calendario della città.
Durante il tempo della soppressione della Compagnia (1773-1814) il Collegio è affidato al clero diocesano di Roma sotto la guida di una commissione di cardinali. Nel 1824 viene riaffidato alla Compagnia da Leone XII, insieme con la chiesa di Sant´Ignazio.
Con gli eventi del 1870, sono soppresse le classi inferiori e, tre anni dopo, l’edificio è confiscato secondo la legislazione italiana. Si vuole conservare il nome significativo di Collegio Romano per il liceo-ginnasio. Nel 1873 le classi superiori, con il nome di Pontificia Università Gregoriana, per i 200 alunni che restano sono trasferite al vecchio palazzo Borromeo, sede storica del seminario romano. Tra il 1880 e la fine del sec. XIX, gli alunni passano da 415 a più di 2000.
Per esigenze di spazio, nel 1919 il Sommo Pontefice Benedetto XV acquista un terreno nella piazza della Pilotta. Qui, a partire dal 1924, viene costruita l’attuale sede. Nel 1928 Pio XI associa il Pontificio Istituto Biblico e l’Istituto Orientale alla Gregoriana, dando inizio a una stretta collaborazione tra i tre.

Oggi, al tradizionale corpo professori gesuiti si aggiungono sacerdoti di altri ordini religiosi e diocesani, religiose e secolari. Gli alunni superano le 3000 unità.

I gesuiti e Galileo Galilei

1616

Lo scienziato pisano ha avuto relazioni con molti gesuiti lungo tutta la sua vita.
Il primo di essi è stato Cristoforo Clavio (link interno), che riconoscendone le capacità lo raccomanda per un posto di insegnante a Pisa. I due mantennero per molto tempo un contatto epistolare. Un altro gesuita con cui fu in contatto fu Roberto Bellarmino, il quale cerco’ di impedire la messa all’indice del Sidereus Nuncius durante il primo processo del 1616. La commissione cardinalizia pero’ non accolse le nuove teorie di Galileo, e lo dichiaro’ incompatibile con la fede cattolica.
Non sempre pero’ c’è stato accordo tra i membri dell’ordine e lo scienziato: con P. Orazio Grassi SJ, matematico ed astronomo, la polemica sulla natura delle comete fu molto dura, e Il Saggiatore fu il frutto di questa discussione.
Comunque sia, anche dopo la morte di Bellarmino nel 1621 Galileo trovo’ sostegno presso gli uomini di scienza della Compagnia: quando Galileo fu messo nuovamente sotto processo a causa del Dialogo sopra i Massimi Sistemi, uno dei consulenti convocati fu P. Melchior Inchofer SJ, anche lui matematico, che dichiaro’ che le accuse contro Galileo non sussistevano. Nonostante questo, fu condannato di nuovo.

i primi studi sulla distillazione

1660

Le prime testimonianze dello studio sulla distillazione delle vinacce risalgono al 1600 e sono dovute ai gesuiti, tra i quali va ricordato il fisico bresciano Francesco Terzi Lana.

Il papa nero

1850

È l’appellativo applicato al Padre Generale della Compagnia di Gesù, in modo analogo al “papa rosso”, con il quale si allude al Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che governa i territori di missione.
Si ignora quando cominci a essere utilizzato, ma non è probabilmente in relazione alla Compagnia di Gesù. Un primo riferimento al “papa nero” – e fino a quel momento non si hanno informazioni che sia stato utilizzato per il Generale dei gesuiti – lo si trova nella biografia del clerico Domenico Sala (prima metà del sec. XIX), conosciuto come il “papa nero”. Al contrario, non è utilizzato in Les affaires de Rome di Lamennais (1836), né lo usa Vincenzo Gioberti per caratterizzare il suo Gesuita Moderno. La testimonianza scritta più antica a oggi conosciuta dell’utilizzo del termine in riferimento al Generale della Compagnia è in Le jésuite (1865) di Jean Hippolyte Michon, dove il P. Roothaan, di ritorno a Roma nel 1850 è acclamato dalla folla con l’esclamazione: “Viva il papa nero!”.
Alla fine del sec. XIX, l’appellativo applicato al Padre Generale dei gesuiti è conosciuto in Europa. Nel 1890 ha già attraversato l’Atlantico: la conferenza del pastore metodista Oliver E. Murray sulla “Cospirazione dei gesuiti contro le istituzioni americane” è pubblicata con il titolo The Black Pope.

Padre Raffaele de Ghantuz Cubbe SJ

Aveva salvato tre bambini ebrei dalla deportazione a Auschwitz nascondendoli presso il Nobile collegio Mondragone di Frascati, perciò il nome di P. Raffaele de Ghantuz Cubbe SJ (Orciano Pisano 1904 – Roma 1983) sarà inciso per sempre nel giardino dei Giusti di Gerusalemme. Il 14 dicembre 2010 l’onorificenza più alta che Israele assegna a un non ebreo, quella di “Giusto fa le nazioni”, è stata conferita alla memoria del gesuita che durante la guerra nascose sotto falso nome tre bambini ebrei presso il Nobile Collegio di Mondragone a Frascati, dove era rettore.  Dal 2004 le famiglie dei salvati avevano lavorato con gli ex alunni del Mondragone per raccogliere la documentazione necessaria a sostenere la pratica per il conferimento dell’onorificenza da parte dell’Istituto per la Memoria dei Martiri e degli Eroi dell’Olocausto “Yad Vashem” di Gerusalemme, istituito dal Parlamento israeliano nel 1953 con la finalità di commemorare i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori e di mantenere viva la memoria dell’Olocausto nelle generazioni successive. “E’ stato P. Cubbe, insieme con i suoi confratelli, P. Primo Renieri, P. Dante Marsecano, P. Alberto Parisi, P. Ulisse Floridi, P. Silvio Benassi e P. Umberto Zaccari, ad accoglierci sotto la loro protezione e a far sì che la furia omicida che si agitava sul capo degli ebrei non ci colpisse”, hanno testimoniati i “ragazzi” salvati dal padre, Marco Pavoncello e Graziano Sonnino (Mario è scomparso di recente), con i loro familiari. Il gesuita, come si legge nella motivazione del riconoscimento, scelse di nascondere i ragazzi a rischio della sua stessa vita e senza tentativi di convertire i piccoli alla fede cattolica.

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