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Provincia d'Italia della Compagnia di Gesù
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Ignazio e Francesco Saverio proclamati santi

1622

Nel 1622 Ignazio e Francesco Saverio vengono proclamati santi insieme a Filippo Neri, Teresa d’Avila e Isidoro il contadino.
Ecco l’inizio del testo della canonizzazione: “Ecco i nomi più grandi nella storia della Compagnia di Gesù. Il primo, grande per l’ammirabile conversione, per austerezze di penitente, per magnifiche e svariatissime imprese in promuovere la maggior gloria di Dio e l’esaltazione di santa Chiesa; grande il secondo per gli slanci d’un’accesissima carità, per indicibili fatiche tra i gentili e prodigi degni dei primi apostoli della fede”. Ignazio e Saverio, di nuovo insieme, il primo, dopo aver viaggiato per tutta Europa a piedi, si stabilizza a Roma per continuare a seguire il volere di Dio, il secondo, in costante viaggio, per diffondere la parola di Cristo fino agli estremi confini del mondo.

La morte di Ignazio

1556

Ignazio soffre di una forma grave di colecistopatia. La sera del 30 luglio del 1556 percepisce che sta per morire e desidera avere la benedizione dal Papa, ma il suo segretario, Juan de Polanco, rimanda al mattino il soddisfacimento di quella richiesta. Ignazio accetta dicendo: “Fate come meglio credete; mi rimetto interamente a voi”. Un confratello, che dormiva nella stanza accanto, verso la mezzanotte lo sente pregare sommessamente: “O mio Dio”. Ignazio muore senza ricevere i sacramenti dei moribondi nella mattina del 31 luglio 1556, all’età di 65 anni, e viene sepolto il 1° agosto nella chiesa di Santa Maria della Strada.
Viene beatificato nel 1609 da Paolo V e canonizzato il 12 marzo 1622 da Gregorio XV; quindici anni dopo (il 23 luglio 1637) il corpo viene collocato in un’urna di bronzo dorato nella Cappella di sant’Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma.

La visione del Cardoner

1522

Il 25 marzo 1522 da Montserrat va a Manresa, dove conduce per più di un anno una vita di preghiera e penitenza. È un tempo di consolazioni ma anche di profonde desolazioni: la vita passata non smette di tormentarlo, così come i mille scrupoli sul presente non lo lasciano sereno. Il suo modo di vivere, inoltre, con frequenti digiuni e penitenze, indeboliscono non solo il corpo ma anche lo spirito tanto che è portato a pensare anche al suicidio. Ma Ignazio, questo è il nome che prenderà dopo la “veglia d’armi”, ha anche momenti mistici, di elevazione spirituale, di desiderio di quel Dio che continua a cercare; proprio nel periodo di Manresa vive un evento che non lo abbandonerà mai, e che lo confermerà da un punto di vista della consapevolezza. Presso il fiume Cardoner “riceve una grande illuminazione”, da cui esce profondamente trasformato. Così egli stesso riporta: “Camminando così assorto nelle sue devozioni, si sedette un momento, rivolto verso l’acqua che scorreva in basso, e, stando lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi dell’intelletto. Non già che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose della vita spirituale, della fede e delle lettere, con una tale luce che tutte le cose gli apparivano nuove”. Ignazio, di questo periodo, dirà che il Signore lo accompagnava “come un maestro di scuola con un bambino”.

Intuizione degli esercizi a Manresa

1522

Durante il periodo di Manresa Ignazio impara a riconoscere che il suo cuore è visitato sia dai sottili inganni del “nemico della natura umana”, sia da Dio che lo aiuta nella crescita della vita spirituale. Inizia a comprendere che il discernimento degli spiriti è la capacità di vagliare e capire la gioia e la tristezza del cuore, la differenza tra piacere e gioia, tra tristezza positiva e negativa, tra la gioia autentica e le sue imitazioni. Impara a distinguere, in quel “guazzabuglio” che è il cuore umano, tra quanto dà gioia e quanto dà tristezza come criterio di discernimento del bene e del male, di ciò che ci realizza e ciò che ci umilia. Per Ignazio è l’universo interiore che dà forza e direzione al nostro agire esteriore. Questa legge di libertà posta nell’intimo di ogni uomo che cerca la verità, a Ignazio è donato di trasmetterla a servizio della Chiesa attraverso la scrittura degli Esercizi Spirituali. Questo libretto, da vivere più che da leggere, ha lo scopo di permettere alle persone di ridefinire la propria vita liberandola dal male e dal peccato e di ritrovare una libertà interiore di fronte alle scelte della vita.

Convalescente a Loyola

1521

Iñigo, riportato a Loyola per una lunga convalescenza, si affida a san Pietro affinchè possa guarire e riprendere la sua vita seguendo la gloria e gli onori cavallereschi. Il 29 giugno 1521, durante la vigilia del Santo, le sue condizioni migliorano ed egli riuscirà ben presto a mettersi in piedi. Le cure del tempo non avevano impedito che avesse una deformazione alla gamba ferita, antiestetica, e che gli impediva di calzare lo stivale attillato, allora alla moda. Decide pertanto di farsi operare nuovamente per porre rimedio, con un intervento delicato e molto doloroso; durante l’operazione non fiata: l’onore e la moda rimangono i suoi orizzonti di vita. Un’altra convalescenza attende Iñigo, il quale chiede di poter leggere dei romanzi di cavalleria ma in casa sono presenti solamente la Vita Christi del certosino Ludolfo di Sassonia e una traduzione spagnola della Leggenda aurea sulla vita dei Santi di Giacomo da Varazze. In mancanza di altro Iñigo incomincia a leggerli, e gradualmente rimane affascinato dalla figura di Gesù, e dalle imprese di coloro che spesero la vita per seguirlo. A proposito di questo suo tempo egli stesso scrive nell’Autobiografia: “Quando pensavo alle cose del mondo, provavo molto piacere, ma quando per stanchezza le abbandonavo, mi sentivo vuoto e deluso. Invece andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che avevo conosciuto abituali ai santi, erano pensieri che non solo mi consolavano, ma anche dopo averli abbandonati mi lasciavano soddisfatto e pieno di gioia”. Iñigo comincia un suo percorso esistenziale di conversione, in maniera autodidatta, ponendo attenzione agli affetti, a ciò che sentiva nel cuore: le consolazioni e le desolazioni.

La casa natale

1491

Iñigo López nasce nella casa torre di Loyola, comprensorio municipale di Azpeitia, nella provincia basca di Guipúzcoa. Ultimo di tredici figli, appartiene ad una famiglia aristocratica: il padre Beltrán Ibañez de Oñaz, combatte a fianco dei Re cattolici nella guerra di successione al trono di Castiglia, mentre la madre Marina Sánchez de Licona discende da una importante famiglia nobile della città di Ondárroa.

L’ambiente, nel quale il giovane Iñigo vive, è improntato ai valori cortesi, di lealtà verso la Corona, così come ai desideri di potere, di ambizione e di affermazione. Il suo destino sembra già esser indirizzato verso scelte di vita orientate alla vita cavalleresca e politica.

Carriera profana

1506

Iñigo perde giovane i suoi genitori e viene trasferito nella città di Arévalo, al seguito del ministro delle finanze del re Fernando il Cattolico, Giovanni Velázquez de Cuéllar; questi cercherà di impartirgli l’educazione cavalleresca e religiosa improntata a “segnalarsi” e a compiere opere grandi. Iñigo non perde tempo nel cercare di rendersi visibile e così ben presto gli abitanti di Arévalo lo conoscono come abile nel suonare la vihuela, strumento nobile delle corti, di grande audacia nei tornei cavallereschi, e agile in danze e feste. Le arti, la guerra, gli agoni sono il pane di cui si ciba Iñigo; la gloria, il potere, l’apparire i valori a cui volentieri avrebbe dato la vita.

Un nuovo inizio

1521

Il 20 maggio del 1521 Iñigo dà prova della sua caparbietà e destrezza accorrendo a difendere il castello di Pamplona assediato dalle truppe francesi. Ma quella battaglia, a cui il suo spirito e la sua indole tendevano, gli diviene fatale e un colpo di cannone lo ferisce gravemente alle gambe. Così egli stesso racconta nell’Autobiografia: “Dopo un lungo tambureggiare delle batterie una bombarda lo colpì alle gambe, rompendogliene una in più punti e ferendo malamente l’altra. Caduto lui, quelli della fortezza si arresero subito ai Francesi”. Nell’animo di Iñigo la ferita alle gambe, con il rischio di rimanere paralizzato, e la presa della fortezza assumono la sconfitta del suo mondo e forse anche del suo orgoglio, che rimane intaccato profondamente.

La veglia di Montserrat

1522

Terminata la convalescenza, e con quello spirito infuocato che contraddistinguerà sempre Iñigo, decide di cambiare vita e diventare pellegrino: dalla sua terra parte povero, dà il proprio denaro per restaurare un’immagine di Maria e per saldare alcuni debiti, poi si congeda dai suoi servitori che lo accompagnano. Incomincia qui un cammino di spoliazione – anche materiale – che lo condurrà alla ricerca di quel Signore tanto desiderato. Nel febbraio del 1522 passa da Aranzazu, un santuario vicino a Loyola, per passare la notte in preghiera e poi si dirige all’abbazia dei benedettini di Montserrat, nei pressi di Barcellona. Alla vigilia della festa dell’Annunciazione, trascorre tutta la notte in preghiera in una “veglia d’armi” al termine della quale depone la sua spada e il pugnale all’altare della Madonna. Regala i suoi abiti da cavaliere ad un povero e si veste da pellegrino: al posto della spada, il bastone del viandante, non più il denaro ma un cuore disposto a chiedere e a cercare.

Pellegrino a Gerusalemme

1523

Dopo Manresa il desiderio di Ignazio è di recarsi come pellegrino a Gerusalemme. Un viaggio che si dimostrerà non così immediato ma non privo di aspetti che lo renderanno ancor più saldo nell’affidarsi al Signore. Nel 1523 da Barcellona salpa alla volta di Gaeta e da qui arriverà a Roma dove incontrerà, durante la Settimana santa papa Adriano VI, che benedice il suo viaggio in Terra Santa. Da qui si dirige a Venezia, da dove, finalmente, riuscirà a salpare alla volta di Gerusalemme, non prima di essersi liberato dei soldi che aveva accumulato durante la strada, donandoli ai poveri. Giunto a Gerusalemme visita il Santo Sepolcro, Betania, Betlemme, il Giordano e l’Orto degli ulivi. Vuole fermarsi in quei luoghi, ma deve rinunciare al suo progetto perché il superiore dei francescani, custode della Terra Santa, glielo proibisce. A malincuore accetta, ma riconosce in quella decisione la volontà di Dio per lui, che passa attraverso la Chiesa. Così riporta Ignazio l’episodio: “ Concluso il colloquio [con il superiore], mentre tornava, gli venne un grande desiderio di visitare ancora il monte Oliveto prima di partire, perché non era volontà di Nostro Signore che egli rimanesse in quei luoghi santi”. Ignazio tuttavia, pur all’interno di un discorso di obbedienza, dà ancora ascolto al suo desiderio e scappa per un momento all’attenzione delle guardie per poter visitare ancora una volta il monte Oliveto dove “c’è una pietra da dove Nostro Signore salì al cielo e si vedono ancora le impronte dei suoi piedi”.
La ragionevolezza stringente del provinciale cui dà obbedienza, non lo sottrae ad una “trasgressione”. La nostalgia di imitare quel Gesù, mai adeguatamente sostituito dalla Chiesa empirica che pure ne incarna la presenza, permane nel cuore dell’obbedienza di Ignazio. Essa non si placa nel puro assenso al provinciale, ma lo spinge ad un ‘magis’, simbolicamente racchiuso nel desiderio quasi infantile di essere imitatore dei passi dell’uomo Gesù.

L’inquisizione ad Alcalá e a Salamanca

1526

Ignazio nel 1524 salpa da Gerusalemme alla volta di Venezia per poi dirigersi in Spagna, a causa della pestilenza che si stava diffondendo in Italia. A Barcellona comincerà a studiare la grammatica latina e ad intrattenersi con la gente in conversazioni spirituali. Sempre spinto dagli studi si sposta ad Alcalá, città universitaria non distante da Madrid. Lo studio per Ignazio non sarà mai un esercizio intellettuale o per creare un distanza con l’altro, ma un mezzo per confrontarsi meglio con le persone, per conoscere maggiormente il Signore che sta seguendo. Così egli stesso afferma nell’Autobiografia: “Gli diviene sempre più chiaro che doveva dedicare qualche tempo allo studio, come mezzo che poteva aiutarlo a lavorare con le anime”. Proprio durante il periodo di studi comincia a dare gli esercizi spirituali, ma questa scelta lo intrappola nella rete dell’Inquisizione. Viene incarcerato per diciassette giorni senza un motivo preciso alla fine dei quali gli viene raccomandato di non parlare delle cose di Dio senza aver prima studiato. Nel 1527 si sposta a Salamanca per continuare gli studi, ma anche in queste circostanze viene interrogato dai Domenicani del Convento di Santo Stefano; viene lasciato in carcere per quasi un mese e infine liberato ma con l’obbligo di non predicare fino al termine degli studi.

Gli studi di Parigi

1528

Ignazio comprende che deve approfondire e ultimare gli studi per poter meglio servire il Signore, così parte solo e a piedi alla volta di Parigi, in cui arriva il 2 febbraio del 1528. Rimarrà per sette anni seguendo i corsi di teologia e ottenendo il grado di maestro in artibus. Non sono anni semplici, perché dovrà trovare i soldi per poter mantenersi gli studi, sperimenta l’umiltà di dover stare tra i banchi di scuola della Sorbona, lui che ormai cominciava ad avere una certa età, e incominciando a soffrire di forti mal di stomaco. Gli anni parigini, tuttavia, saranno anche quelli in cui incomincia a fare i primi incontri con studenti che, dopo aver fatto gli esercizi spirituali, decideranno di spendere la propria vita come “compagni di Gesù”. La Compagnia di Gesù non nasce infatti intorno ad Ignazio, ma intorno all’esperienza che Ignazio fa fare loro del Signore, attraverso gli esercizi. Si costituisce un gruppo di carattere internazionale, formato da cinque spagnoli, quattro francesi e un portoghese, tutti studenti alla Sorbona. Il 15 agosto del 1534 nella cappella di Saint-Denis a Montmartre Ignazio, Pietro Favre, Francesco Saverio, Nicolò Bobadilla, Giacomo Laínez, Alfonso Salmerón, Simone Rodrigues faranno i voti di castità e obbedienza e di partire in Terrasanta per annunciare il vangelo; qualora non fossero riusciti a partire per Gerusalemme sarebbero andati dal Papa per lasciarsi inviare da lui, dove ci fosse stato maggior bisogno.

Il ritorno in Spagna

1535

Prima di partire per Venezia i compagni, insieme, decidono che Ignazio sarebbe ritornato in Spagna per potersi curare dal mal di stomaco, e per risolvere alcuni uffici che alcuni di essi avevano ancora in sospeso (P. Polanco e P. Araoz aggiungono come motivo che indusse Ignazio a ritornare nelle sue terre natie anche il desiderio di riparare il cattivo esempio dato in gioventù).
Ignazio procede così per Pamplona, prosegue ad Almazzano, paese del P. Laínez, poi a Toledo, dove visitò i genitori di Salmerón e infine a Valenza.
Da qui, ultimati gli impegni, prese la nave per ritornare in Italia, nonostante molti lo sconsigliassero in quanto i mari erano in quel periodo infestati dalle navi del Barba Rossa, pirata della squadra di Solimano II. Giunto a Genova, si diresse a Bologna e successivamente a Venezia dove si sarebbe incontrato con i suoi compagni per salpare alla volta di Gerusalemme.

La delusione di Venezia

1535

Il 27 aprile 1537 il Papa dà al gruppo il permesso di andare in Terrasanta e nello stesso giorno la Sacra Penitenzeria dà il permesso ai gesuiti di costituire un corpo sacerdotale. La situazione politica era molto instabile e le relazioni conflittuali tra i veneziani e i turchi non permettevano a nessuna nave di salpare. Ignazio e compagni decidono di aspettare un anno e nel frattempo si dividono in varie città vicine pregando e vivendo come poveri: così è riportato nell’Autobiografia: “[a Vicenza] trovarono una certa casa fuori dalla città che non aveva né porte, né finestre, nella quale dormivano sopra un po’ di paglia che avevano portato. Due di loro andavano sempre a cercare elemosina due volte al giorno, e portavano tanto poco che quasi non potevano sopravvivere. Ordinariamente mangiavano un poco di pan cotto, quando l’avevano, che era cotto da chi rimaneva in casa. In questo modo passarono 40 giorni, non attendendo ad altro che ad orazioni”.

Verso Roma

1537

Non potendo tuttavia partire per la Terra Santa, per mantenere la promessa fatta nella cappella di Saint-Denis, a gruppi di due i gesuiti decidono di ritornare a Roma e mettersi a disposizione del Papa. Ignazio proprio alle porte di Roma ha una straordinaria esperienza mistica, denominata la visione de “La Storta” che così descrive: “Ed essendo un giorno, alcune miglia prima che arrivasse a Roma, in una chiesa, ha sentito un simile cambiamento nel suo animo e ha visto così chiaramente che Dio Padre lo metteva con Cristo, suo Figlio, che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo, cioè che Dio Padre lo metteva col suo Figliolo”. Questa esperienza sentita profondamente nell’anima lo conferma nell’abbandonarsi alla volontà di Dio, che non era di andare a Gerusalemme, ma in un altro luogo dove potesse essere di maggior aiuto alla gente, sebbene non avesse assolutamente ben chiaro cosa sarebbe successo a Roma. Il Signore completa l’esperienza del Cardoner a Manresa e fa comprendere a Ignazio che la Compagnia di Gesù è voluta dal Signore stesso.

La prima formula dell’Istituto

1539

La Formula Instituti, la cui prima stesura è del 1539, costituisce il nucleo legislativo originario della Compagnia di Gesù e, sebbene sia espressa con un linguaggio di carattere giuridico e curiale, descrive l’esperienza spirituale di Ignazio e dei primi compagni. Francesco Saverio così si esprime a riguardo: “Fra le molte grazie che Dio nostro Signore mi ha elargito in questa vita e mi concede ogni giorno, vi è la seguente: l’aver visto da vivo ciò che ho tanto desiderato, e cioè la conferma della nostra regola e modo di vivere. Sia sempre ringraziato Dio nostro Signore perché ha ritenuto bene di manifestare pubblicamente ciò che aveva fatto sentire, nell’intimo, al suo servo e padre nostro Ignazio”.
Nella formula sono presenti alcuni principi, tra cui la disponibilità ad insegnare catechismo ai bambini e un voto speciale, oltre a quelli di povertà e castità, di obbedienza al Pontefice circa missiones, col quale i gesuiti si rendono disponibili ad accettare qualunque tipo di missione sia decisa dal Papa.

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La bolla “Regimini militantis”

1540

Il 27 settembre 1540 Papa Paolo III approva ufficialmente, con la bolla Regimini militantis Ecclesiae, la fondazione della Compagnia di Gesù. Con essa conferma le principali caratteristiche come il titolo di “Compagnia di Gesù”, l’apostolato universale e il voto di una particolare obbedienza al papa.
Si dice che dopo aver letto le costituzioni abbia esclamato: “Digitus Dei est hic” (Qui c’è la mano di Dio).
Il documento, che ordina la vita dei gesuiti, sarà scritto principalmente in un periodo tra il 1539 e il 1556, e nasce dall’esperienza spirituale e di vita di Ignazio e dei primi compagni.

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L’elezione di Ignazio a generale

1541

Con l’approvazione da parte del Papa, la Compagnia deve eleggere un proprio superiore generale (preposito generale): l’elezione ha luogo il 2 aprile 1541 e tutti eleggono Ignazio. Solo lui scrive sulla propria scheda di dare il proprio voto a colui che avrebbe riportato il maggior numero di suffragi, eccettuato il proprio nome. Una nuova elezione tenuta il 13 aprile dà il medesimo risultato, e allora Ignazio si ritira nel convento di San Pietro in Montorio. Là il francescano Fra Teodoro da Lodi, che riceve la sua confessione, gli ordina di accettare e così Ignazio dà il proprio assenso.

La conferma della Compagnia di Gesù

1550

A Roma la Compagnia di Gesù (Societas Jesu) si stabilisce presso la chiesa di Santa Maria degli Astalli: Francesco Saverio parte per le Indie e il Giappone mentre Ignazio e i suoi compagni cominciano ad insegnare il catechismo, a predicare e a fondare opere socio-caritative, come la Casa di Santa Marta che accoglie ex-prostitute oppure prendendosi cura di orfanotrofi e dell’assistenza ai poveri. Nel 1550 papa Giulio III conferma solennemente l’Ordine con il breve “Exposcit debitum”. La Compagnia di Gesù ormai viene riconosciuta e comincia a operare nel centro di Roma, “cercando Dio in tutte le cose” secondo un pensiero dello stesso Ignazio.

La narrazione dell’autobiografia

1553

Negli ultimi anni di vita Ignazio, dopo non poche sollecitazione da parte dei suoi compagni, decide di raccontare per iscritto la sua biografia, o meglio come il Signore lo avesse guidato dall’inizio della sua conversione fino alla fondazione della Compagnia di Gesù. È intitolata “Il racconto del pellegrino” o “Autobiografia”, perché è Ignazio stesso, in terza persona, a narrare gli eventi ed è considerato un vero e proprio testamento spirituale. Ignazio più che raccontare se stesso ha voluto narrare la “storia” di Dio in un’anima, che Egli si preparava a far diventare fondatore di un Ordine religioso e iniziatore di una nuova spiritualità. A questa “storia” di Dio, corrisponde la “storia” della collaborazione di un uomo, Ignazio, teso alla ricerca continua della volontà di Dio. È la storia di un’unica esperienza con due attori principali nella quale si fondono realtà umane e di fede.
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