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Bizze aristocratiche: anche i nobili vengono espulsi

Presentazione di un libro presso la comunità dei gesuiti di Villapizzone a Milano

Siamo quasi al termine dell’anno scolastico, tempo di pagelle, promozioni e bocciature. Vediamo quali potevano essere la ragioni per essere espulsi da uno dei convitti più prestigiosi di Roma.

Il convitto dei nobili di Roma già attivo nell’Antica Compagnia e nuovamente assegnato ai gesuiti da Leone XII, nel 1826, era uno dei collegi più elitari della città di Roma, destinato all’educazione di giovani aristocratici o figli dell’alta borghesia, provenienti non solo dallo Stato Pontificio, ma anche da altri Antichi Stati Italiani ed Europei.

Studiano qui conti, marchesi, nipoti di papi e cardinali, perfino il fratello di Ferdinando di Borbone, come abbiamo già visto in una precedente puntata.

Si potrebbe dunque pensare che questi allievi, che provenivano da un’educazione famigliare già piuttosto rigida, fossero irreprensibili, eppure anche tra di loro ci furono diversi espulsi o non riammessi al collegio.

La fonte che ci accompagna oggi è il registro dei convittori, dove sono stati registrati i nominativi di tutti gli iscritti dal 1816 fino al 1870; il convitto chiuse nel giro di pochi anni dalla fine dello Stato Pontificio e non fu più riaperto.

A causa della carenza nell’offerta formativa gesuitica a Roma, dovuta all’incameramento del Convitto dei Nobili, del Collegio Romano e di altri istituti, p. Massimiliano Massimo avrebbe deciso, 14 anni dopo la fine dello Stato Pontificio, di fondare una nuova scuola, che avrebbe preso il proprio nome.

 

Il registro dei convittori del Convitto dei Nobili riporta diversi dati, molto utili per ricostruire le identità degli allievi: il loro nome e quello dei genitori con il relativo titolo nobiliare, la città e la data di nascita, quella d’ingresso in convitto, la data di comunione e cresima, notazioni sui vaccini – è bene ricordare che la vaccinazione fosse richiesta ben prima del Novecento – la data d’uscita ed eventuali osservazioni.

 

Proprio lo spazio destinato alle osservazioni contiene le informazioni spesso più utili per i nostri ricercatori e anche per la rubrica, poiché è qui che vengono annotati particolari del carattere, o informazioni sull’espulsione che altrimenti non sarebbero arrivati fino a noi, mancando del tutto la documentazione scolastica degli allievi.

Di alcuni convittori si segnala il trasferimento in altri istituti romani: il collegio Clementino, il collegio Nazareno, il collegio Americano o l’entrata in noviziato; per altri si specificano le ragioni dell’uscita.

Per la serie, anche i nobili fanno le bizze, iniziamo dal Marchese Pacca che il 3 dicembre 1833 lascia il collegio a soli 8 anni su consiglio del Rettore “per motivo di studio e poca volontà di star in Collegio”.

Si passa poi ad Anton Barone “di indole così bisbetica da non essersi potuto ridurre in otto anni e più con verun mezzo. E si sono pur tentati tutti”.

C’è chi termina gli studi con questa nota “licenziato perché pericoloso”; anche il marchese Collenea “è stato licenziato perché strano e talvolta mezzo furioso, indiavolato, linguacciuto e di costume pericoloso, non senza essersi prima adoperati molti mezzi per curarlo”.

 

La pericolosità è probabilmente riferita a comportamenti poco rispettosi nei confronti dei padri e della dottrina e che potevano facilmente essere presi a modello dai convittori più giovani e quindi costituire un modello negativo.

Un altro marchese Pacca, proveniente da una delle famiglie aristocratiche romane più insigni e vicina al soglio pontificio e forse ben consapevole di questo suo rango, fu espulso poiché “indevoto, solito distogliere i compagni dalle cose spirituali e poco modesto”.

Nello stesso anno di uscita di Pacca, il 1841, il rettore persuase il padre di un altro convittore a riprenderlo poiché “di umore bisbetico, si era proposto di non voler far nulla, ed eseguiva a puntino il suo mal proposito”. Ci vuole applicazione anche nel non studiare…

L’anno successivo un altro padre riceve il consiglio di togliere il figlio dal collegio poiché è “negligentissimo e di costume pericoloso, senza speranza di emendazione, essendo riusciti vani tutti i tentativi di miglioramento”.

 

Qualche convittore viene ritirato dalla famiglia e si annota “era giovane poco educabile”.

Qualcuno paga per la poca umiltà dimostrata ed è espulso “per atto immodesto”, come Giulio Della Porta, proveniente da un ramo della stessa famiglia della madre del futuro p. Massimiliano Massimo.

Il conte Ginnasi viene invece trasferito al Collegio Nazareno “per toglierli con questa [decisione] la monomania di tornare in patria, evidentemente sentiva la nostalgia di casa, anche se il “cambio d’aria” è di poche centinaia di metri, quelle che separavano il Collegio dei Nobili dal Nazareno, gestito dagli scolopi.

 

Altri negli anni successivi escono dal collegio “per poca docilità” o per “inabilità agli studi classici.

Ci sono anche numerose note positive per tutti gli allievi che invece si distinsero in collegio, alcuni entrando poi nel noviziato di S. Andrea al Quirinale.

Aristocratici di un tempo o odierni allievi, si tratta pur sempre di bambini della stessa età, che tra un capriccio e una bizza affrontano il percorso scolastico per diventare migliori.

 

                                                                                                          Maria Macchi

 

 

 

 

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