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Padre Gianfranceschi, un gesuita al Polo Nord

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Tra le ultime zone terresti inesplorate a inizio Novecento si annoverava il Polo Nord. In pochi sanno che anche un gesuita prese parte a una delle spedizioni polari.

Umberto Nobile, protagonista della famosa spedizione al Polo del 1928 di cui ci occupiamo oggi, aveva già organizzato una prima esplorazione due anni prima, decidendo di tornare per una missione scientifica.

Quel viaggio, passato alla storia come la spedizione della tenda rossa, avrebbe avuto un esito molto drammatico.

Tra i membri di quella spedizione c’era anche un gesuita: P. Giuseppe Gianfranceschi, le foto che accompagnano l’approfondimento di oggi si conservano nel suo fascicolo personale.

Perché un gesuita era tra i membri della spedizione? P. Gianfranceschi, nato il 21 febbraio 1875 ad Arcevia ed entrato nella Compagnia di Gesù il 12 novembre 1896, era stato docente di matematica e scienze presso l’Istituto Massimiliano Massimo e professore di fisica, chimica e astronomia nella Pontificia Università Gregoriana.

Nel 1926 era stato nominato Rettore della Gregoriana e fu coinvolto nella spedizione come cappellano e studioso, avendo ricevuto il beneplacito del p. Generale e del Pontefice.

Conosciamo la cronologia degli eventi dal diario di Lorenzo Rocci, sebbene si tratti di un episodio molto noto, che ripercorriamo.

Rocci racconta che il 10 aprile 1928, un mese dopo aver preso parte alla commemorazione il 50esimo dalla morte di Angelo Secchi tenutasi alla Gregoriana, p. Gianfranceschi parte per Milano per prendere parte alla spedizione.

Rocci torna a menzionare la spedizione, dovendo annotare le drammatiche notizie, un mese più tardi:

“Il giorno 25 Nobile ha disgrazia nel dirigibile, tornando alla Baia del Re, dopo aver messa la croce è la bandiera sul polo: dolore di tutti: grandi ricerche. 27.D ad int. dantis. (…)”

Nel corso della prima parte della missione, il gruppo a bordo del dirigibile riuscì a gettare sui ghiacci un crocifisso benedetto dal Pontefice e la bandiera italiana, nel viaggio di ritorno però il dirigibile si schiantò sui ghiacci. Parte dell’equipaggio, scaraventato sul ghiaccio, riportò ferite come lo stesso Nobile, e una parte fu dispersa. I sopravvissuti vissero diverse settimane all’interno della tenda rossa, per la quale è nota questa spedizione.

P. Gianfranceschi non era però a bordo del dirigibile, come ci racconta Rocci, il 10 giugno del 1928.

L’equipaggio ha potuto radiofonare alla meglio dal ghiaccio in deriva, e delle Svalbard: i soccorsi affluiscono ai disgraziati, ma lentamente, per i mari gelati: Nobile ha descritto la disgrazia: il p. Gianfranceschi sta nella nave, scorta, “Città di Milano”, alla Baia del Re. Gioia di tutti nel sapere che vivono. Si sono fatte preghiere in tutta Italia: gran triduo al Gesù.

P. Gianfranceschi dunque rimase nella nave “base” partecipe delle ansie e dei lunghi e difficili soccorsi, durante quei mesi tenne un diario, oggi conservato nell’archivio storico della Pontificia Università Gregoriana e recentemente pubblicato “Diario verso il Polo Nord”.

Grazie a questa fonte è possibile ripercorrere le varie fasi della spedizione.

I dispersi rimasti a bordo del dirigibile non furono più trovati.

P. Gianfrancheschi morì nel 1934, a Roma.

                                                                                                          Maria Macchi

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