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Per causa di forza maggiore: da collegio a ospedale militare

Presentazione di un libro presso la comunità dei gesuiti di Villapizzone a Milano

In diverse occasioni alcune residenze della compagnia di Gesù hanno subìto trasformazioni, spesso in seguito all’esproprio e incameramento da parte degli Antichi Stati Italiani dopo il 1773 o da parte del Regno d’Italia dopo il 1861.

Molte residenze o collegi gesuitici, una volta incamerati, furono destinati ad ospitare le prime scuole del Regno d’Italia, come avvenuto per il Liceo Visconti, già Collegio Romano, o il collegio S. Pietro di Piacenza, successivamente trasformato nel liceo Melchiorre Gioia.

Non tutte però mantennero le finalità originarie o furono destinate a scopi educativi.

La residenza ed il collegio di Loreto, ad esempio, con l’arrivo delle truppe piemontesi nel 1860 fu abbandonata dai gesuiti e nei mesi seguenti trasformata in ospedale militare.

Ci soffermiamo oggi, sulla trasformazione temporanea subita dai collegi tra 1915 e 1918 per diventare proprio ospedali militari.

Infatti in occasione del primo conflitto mondiale, furono numerosi i collegi della Compagnia di Gesù che volontariamente o meno dovettero ospitare i soldati feriti in arrivo dal fronte e cedere i propri spazi alle truppe.

Fu questo il destino di collegi vicini al fronte come l’Arici di Brescia o il seminario di Cividale, ma anche di istituti molto lontani dalle trincee teatro degli scontri, come l’istituto Massimiliano Massimo a Roma.

Dalla documentazione conservata apprendiamo che i locali venivano ceduti dopo specifiche richieste da parte delle autorità militari o direttamente requisiti, con tutti gli oggetti presenti al loro interno.

Sono molti i fascicoli denominati “Danni di guerra”, e risalenti alla prima guerra mondiale, che permetto di indagare questo aspetto spesso poco noto della prima guerra mondiale.

L’occupazione militare e l’accoglienza dei feriti infatti comportavano l’inevitabile uso di vettovaglie, biancheria e mobilio, la dispersione o il danneggiamento di quadri, suppellettili, oggetti liturgici; per questo motivo al termine della guerra era possibile segnalare allo Stato l’entità del danno subito e richiedere un rimborso.

La comunità, con l’occupazione dell’immobile, era spesso costretta a trasferirsi altrove, spostando temporaneamente la propria sede, rimandando gli alunni dalle proprie famiglie.

Nel caso di Roma, invece, i collegiali restarono nell’istituto ed i più grandi furono impiegati come infermieri volontari per assistere i degenti meno gravi e portare loro conforto.

I locali erano richiesti direttamente dalla direzione dell’ospedale militare locale o dalla Croce Rossa.

Oltre agli ambienti, ai gesuiti fu richiesto anche del materiale sanitario, come si può leggere dall’elenco rinvenuto in uno dei faldoni del Fondo Collegio Massimiliano Massimo, visibile in foto insieme alla lettera della Croce Rossa:

  • 1 tavolo con piani vetro e ruote gomma
  • 1 tavolinetto con ringhiera e 2 piani vetri
  • 6 armadi a vetri
  • 10 bacinelle rettangolari
  • 10 Bacinelle reniformi
  • 3 porta irrigatori
  • 6 irrigatori completi di vetro
  • 12 bisturi assortiti
  • 12 forbici assortite
  • 3 cucchiaini di Wolkmann
  • 6 pinze anatomiche
  • 12 pinze emostatiche
  • 3 fasce di Esmarch
  • 1 pompa gastrica
  • 2 letti operatori
  • 2 Bollitori (sterilizzatori di metallo nikelato)

Dal tipo di strumenti elencati, è evidente che all’interno della scuola i soldati non fossero soltanto accolti, ma anche medicati ed operati.

I gesuiti della comunità e delle comunità limitrofe si occupavano anche dell’assistenza spirituale ai soldati, durante il tempo della loro degenza.

Il rettore del Collegio, p. Miccinelli, fece realizzare un album fotografico che raffigurava gli ambienti del collegio, palazzo Massimo alle Terme tutt’ora esistente, che inviò come omaggio alla regina Madre, Margherita di Savoia.

Quest’ultima a sua volta, fece visita ai feriti ricoverati nell’ospedale, come ricorda anche Lorenzo Rocci nel suo diario.

Le condizioni drammatiche dei soldati, le informazioni che i feriti meno gravi erano in grado di raccontare della guerra, furono spesso le sole che giungessero velocemente su quella guerra combattuta in trincea, prima delle lettere provenienti dal fronte.

                                                                                               Maria Macchi

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