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Strumenti di tortura dei fondi archivistici: killer silenziosi mascherati da fermagli metallici

Presentazione di un libro presso la comunità dei gesuiti di Villapizzone a Milano

Torturati, trafitti e mutilati. No, oggi non stiamo parlando dei gesuiti martiri, ma dei documenti d’archivio e dei principali danni che la documentazione storica può subire.

Tutti gli archivisti durante il loro lavoro mettono su una propria personale galleria degli orrori archivistici, collezionando diversi oggetti estranei, che estraggono dalla documentazione.

In passato qualsiasi ufficio – civile ed ecclesiastico – utilizzava quotidianamente spilli, con capocchia o senza, ferma fogli dalle forme più strane, puntine, graffette, fermacampioni… il nostro archivio vanta anche spille da balia che hanno trafitto diverse pratiche per decenni.

In foto la collezione personale dell’archivista, messa su durante il riordino e la “liberazione” delle carte da questi strumenti di tortura.

Nessun archivio ne è immune, neanche i più virtuosi, si trovano sia in archivi religiosi come in archivi storici comunali o archivi di Stato.

Non si era consapevoli dei principali danni che questi oggetti possono causare ai documenti: pieghe, strappi, buchi, tagli ma il danno peggiore è quello che viene operato grazie al lavorio incessante dell’aria sul ferro: la ruggine.

La patina rossastra che inevitabilmente si forma sulla superficie ferrosa, intacca anche il foglio e ne mette a repentaglio la conservazione.

Spesso la ruggine, favorita anche dall’umidità, ha intaccato così tanto la struttura in ferro, che la spilletta si spezza tra le mani dell’archivista che la toglie aprendola e non sfilandola – per evitare di creare strappi nel foglio.

Questi oggetti sono molto pericolosi non solo per la documentazione archivistica a cui sono infilzati, ma per gli esseri umani: l’archivista provvede a togliere tutti i fermagli ferrosi con attenzione poiché possono trasmettere il tetano ed i ricercatori devono poter svolgere il proprio lavoro in sicurezza.

Un altro nemico della carta è lo scotch relativamente più giovane del fermaglio, ma a suo modo comunque infingardo.

La superficie adesiva dello scotch è apparsa invitante a tanti per unire più fogli insieme, ma anche – purtroppo – per riparare ad un danno, uno strappo in un foglio o nel dorso di un libro, magari una seicentina…

Anche lo Scotch è un doppiogiochista, inizia da subito la sua azione lesiva sulla documentazione.

L’archivista può – con pazienza ed attenzione – togliere spille, spillette e anche per le più ostinate procedere sollevando i lembi ferrosi fino a sottrarre adagio il foglio a quella morsa mortale, ma contro lo scotch, soprattutto se non stagionato, non può molto.

Se infatti l’adesivo è stato messo recentemente su un foglio antico – soprattutto se di cento o duecento anni fa – ed è ancora ben aderente, non è consigliabile provare a rimuoverlo, pena la distruzione del documento o la perdita dell’inchiostro sottostante, è necessario rivolgersi ad un restauratore.

La giornata dell’archivista migliora invece se lo scotch è stagionato: la capacità adesiva con il tempo diminuisce fino a scomparire – almeno per i prodotti più vecchi – e anche grazie alla polvere, il nastro “molla” la presa, lasciando però traccia della sua esistenza con una striscia marrone sulla superficie del documento.

Altro nemico dell’archivista è l’elastico, che invece più invecchia, più è pericoloso.

Inizialmente infatti l’elastico può creare un danno meccanico, la frizione sulle carte porta a tagli, abrasioni, pieghe innaturali.

Si può ancora far sopravvivere la documentazione se lo si rimuove in tempo.

Un elastico che invece tiene insieme un pacchetto di fotografie per un decennio è stato già in grado di lasciare la sua appiccicosa traccia.

L’elastico infatti, con il tempo, perde la sua flessibilità, si secca e si irrigidisce, inoltre se è venuto a contatto con inchiostri o con il film fotografico si rischia di asportali provando a staccarlo con la forza.

Nemico a pari merito con le graffette e per molti aspetti anche il più temuto e temibile è un materiale che si è affacciato solo da pochi decenni nel mercato della cancelleria ma che è riuscito ad infiltrarsi anche nei fondi più antichi: le cartelline di plastica.

Ritenute – erroneamente – utili per le carte d’archivio, hanno “accolto” carteggi, historiae domus, planimetrie e fotografie.

Anche la plastica però invecchia e male, infatti con il tempo queste cartelline – soprattutto quelle risalenti agli anni Settanta e Ottanta, si sono irrigidite, diventando aderenti con la superfice e soprattutto con l’inchiostro.

Purtroppo quando si va a staccare la cartellina di plastica, si vede chiaramente che gli inchiostri, in larga parte, si sono trasferiti sulla superfice trasparente e che il foglio di carta risulti slavato. Inoltre nel momento in cui si separa la plastica dal foglio, si ascolta un sinistro scricchiolio…dovuto all’effetto collante tra inchiostro e superfice della cartellina in plastica.

Un destino che caratterizza soprattutto le pratiche degli archivi storici dei tribunali, ma a cui sono andate incontro anche le carte di archivi religiosi.

Nella lista dei sorvegliati speciali e ricercati da parte dell’archivista figurano anche: colla – a caldo, a freddo, Coccoina e simili – post it, segni di penna, pennarello e lapis, raccoglitori ad anello per i quali è stata addirittura forata la documentazione, spago etc. etc. …

Terminiamo questo approfondimento con un appello da parte dei documenti, che non possono parlare, ma ci raccontano dei danni subiti attraverso le loro mutilazioni: prima di mettere una spilletta, usare la spillatrice, inserire in cartellina o prendere un elastico, pensate all’archivista del domani che dovrà togliere tutto questo e salvare la documentazione per i ricercatori del futuro. Come fare? Si può inserire la pratica in un foglio protocollo o una cartellina di carta, meglio se in carta non acida, oppure tenere foto e disegni in una scatola o una cartellina di cartoncino.

Salva un documento dalla tortura, la Storia te ne sarà grata! (e anche l’archivista!).

 

                                                                                              Maria Macchi

 

 

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