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La mia storia nell’apostolato sociale

La testimonianza della presidente del Jesuit Social Network Paola Piazzi.

Il mio primo e fondamentale approccio al mondo degli “ultimi” è stato attraverso il movimento scout (Agesci) di cui sono stato membro attivo dal 1975 al 2001.Tre parole chiave racchiudono lo stile scout: strada, comunità e servizio. Terminato il periodo formativo, si può decidere se “prendere la Partenza” per dedicare la propria vita al servizio degli altri. Ho deciso di prenderla quando avevo 19 anni e da allora ho dedicato la mia vita agli altri in vari modi e ambiti.Il padre gesuita, Fabrizio Valletti, che mi ha accompagnato durante tutta la mia formazione, mi ha parlato della sua attività all’interno del carcere di Bologna e così, quando ho rallentato il mio impegno all’interno del movimento scout, ho deciso di dedicarmi al servizio in carcere. Dal 1998 ogni sabato con un piccolo gruppo (3/4 giovani dell’associazione “Il Poggeschi per il carcere” di cui sono stato anche presidente per 9 anni) incontro i detenuti della sezione “Alta Sicurezza” dove i “mafiosi” sono rinchiusi in regime ristretto, per parlare e confrontarsi con loro sul Vangelo della domenica.Incontro anche i detenuti, che ne fanno richiesta, in colloqui individuali.

È un’esperienza molto ricca a livello umano e spirituale, ma anche a livello politico e sociale. Le questioni interne che emergono sono molto complesse, richiedono preparazione, capacità di ascolto, sospensione del giudizio, lettura attenta e analitica delle circostanze e dei contesti sociali; richiede empatia e apertura.La domanda con cui mi confronto è: “il mio stare al loro fianco non diventa condiscendenza verso la loro mentalità mafiosa? Non mi rende più indulgente sulla loro condotta di vita venendo a conoscenza delle loro storie personali? Quanto devo fargli capire che condanno il loro modo di pensare e di agire? L’associazione di cui faccio parte è composta principalmente da studenti universitari e giovani lavoratori, alcuni di noi più adulti li accompagnano in questa esperienza di vita formativa.Quindi il mio impegno è anche verso di loro, per aiutarli a vivere questa esperienza come occasione di crescita e consapevolezza. Molti di questi giovani sono nella ricerca spirituale o si dichiarano non credenti, ma disponibili a mettersi in gioco, a dedicare il proprio tempo a chi soffre. È forse attraverso questa esperienza di prossimità che alcuni di loro prendono più consapevolezza della dimensione spirituale del loro servizio verso i poveri.

Anche molti dei detenuti che incontro dicono di non credere o di appartenere ad altre religioni, o di vivere la fede solo sotto forma di devozione esterna, ma ho avuto la fortuna di poter vedere in alcuni di loro, che accompagno per anni, un vero cambiamento.Stavano solo aspettando di trovare l’opportunità giusta e le persone giuste con cui fare questo passo.Il mio viaggio nell’apostolato sociale non sarebbe potuto durare così tanti anni se non sentissi Dio costantemente vicino a me come una presenza discreta, silenziosa, attenta e partecipe nella mia vita.In tutti questi anni ho visto tante persone, dopo lo slancio iniziale, confrontarsi con le difficoltà, le delusioni, gli insuccessi subiti, non trovando le ragioni e il senso per continuare un servizio che sembra non dare grandi risultati.Desolazione e stanchezza non mancano quando sembra di non arrivare a nessuna meta. Vedi nelle persone che accompagni piccoli passi in avanti e poi cadute drammatiche davanti alle quali sei impotente.

Il lavoro svolto giorno dopo giorno, che ha dato anche tante piccole gratificazioni e riscontri sulla bontà della strada intrapresa, si scontra con la fragilità umana che porta nuovamente a perdersi.È naturale giudicare, dire “basta!”, “Fatti strada senza di me!”.Poi penso all’immagine del “servo inutile”, quando ha fatto tutto il possibile e dico che sono ancora un “servo utile” nella vigna di Dio.Sono grata al Signore per avermi dato questa opportunità di vivere la mia vita al servizio degli altri e di sostenermi in questo ogni giorno.Sento che ho ancora molto da dare, che il Signore mi chiede ancora molto di più, che non devo fermarmi alle sfide che devo affrontare ogni giorno, che altre più grandi e più belle mi stanno aspettando e sto contando sul fatto che non sarò sola a viverli e ad affrontarli.

Paola Piazzi

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