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Le miniere africane nelle nostre tasche

Lavoratori delle miniere in Nord Kivu, Africa

Nella regione dei Grandi Laghi africani la Fondazione MAGIS, a settembre 2020, ha avviato il progetto Oro senza conflitti che mira ad analizzare “le vie dell’oro” in Repubblica Democratica del Congo e in Italia attraverso una ricerca sulla catena di approvvigionamento, dall’estrazione fino alla vendita.

I tragici eventi che hanno portato alla morte dell’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo e di due uomini al suo seguito, il 22 febbraio scorso, hanno accesso i riflettori su un paese poverissimo, nonostante le ingenti risorse naturali di cui dispone, dilaniato da anni di conflitti, malgoverno, instabilità e corruzione. È proprio nella regione dei Grandi Laghi africani che la Fondazione MAGIS, a settembre 2020, ha avviato il progetto Oro senza conflitti che mira ad analizzare “le vie dell’oro” in Repubblica Democratica del Congo e in Italia attraverso una ricerca sulla catena di approvvigionamento, dall’estrazione fino alla vendita. La ricerca potrà fornire le basi per costruire proposte concrete ed interventi a favore di un utilizzo sostenibile dell’oro da parte di chi importa, lavora e vende. Nel contempo sarà uno strumento utile per impedire che i proventi dell’estrazione producano lo sfruttamento di tante persone, tra cui minori, e l’insorgere di conflitti violenti.

Per un approfondimento sul tema riportiamo l’articolo di Stefano Liberti, giornalista e saggista che collabora con la Fondazione MAGIS per il progetto di ricerca e advocacy volto a tracciare e promuovere una filiera etica per l’oro esportato dal Congo in Italia.

L’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo vicino a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ci riguarda molto più di quanto immaginiamo. È dalle miniere sparse per il Nord-Kivu, la provincia di cui Goma è capitale, che viene estratta una parte rilevante delle materie prime essenziali a molti strumenti del nostro vissuto quotidiano. È da qui che proviene il coltan, quella miscela di columbite e tantalite presente in cellulari, telecamere, micro-chip, oltre che in diverse apparecchiature mediche. È ancora qui che si ricava l’oro utilizzato nelle fedi nuziali, nei gioielli, ma anche come conduttore in vari dispositivi elettronici.

Secondo una mappatura dell’istituto di ricerca belga International Peace Information Service (Ipis), nell’est del Congo ci sono circa 2000 siti d’estrazione. Di questi, almeno un terzo è controllato da gruppi armati, siano essi ribelli o battaglioni dello stesso esercito congolese. La presenza di questi miliziani crea un clima di instabilità permanente e alimenta quegli scontri incrociati in cui è caduta vittima anche la missione guidata dal diplomatico italiano.

Sempre secondo l’Ipis, sono 200mila le persone impiegate in queste miniere informali. Fra queste, numerosi sono i bambini: particolarmente apprezzati per la loro capacità di infilarsi in cunicoli stretti, lavorano senza protezioni, scavando spesso a mani nude. Lo ha potuto constatare recentemente una missione della Fondazione MAGIS, l’ente della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù che sta conducendo un progetto volto a promuovere una filiera etica per l’oro esportato dal Congo in Italia.

Perché è bene allargare la visuale e capire qual è la destinazione finale di quelle tanto ambite risorse minerarie. Il terminale ultimo dei conflitti che da 25 anni sconvolgono la Repubblica Democratica del Congo sono appunto i nostri cellulari, i nostri computer, i nostri anelli. Esiste un filo rosso tra strumenti e oggetti per noi di uso comune e quello che accade nell’est del Congo. Se lo smartphone è oggi alla portata di tutti, è anche perché l’estrazione delle materie prime necessarie al suo funzionamento avviene in queste condizioni di sfruttamento, senza rispetto per la dignità dei lavoratori né per i più basilari standard ambientali. E senza che lo stato congolese incassi le giuste royalties: i miliziani o gli intermediari che controllano questo commercio contrabbandano le risorse minerarie nei paesi vicini, da dove sono vendute alle industrie produttrici o ai raffinatori. Particolarmente tortuoso è il percorso dell’oro: dopo essere portato illegalmente in Uganda o in Ruanda, viene esportato in Sudafrica o a Dubai, dove è raffinato e trasformato in lingotti. In questa forma raggiunge i mercati finali, l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina e l’India.

La lunghezza della filiera rende complesso il processo di tracciabilità. Ma la buona notizia è che tale processo è oggi obbligatorio, almeno nell’Unione Europea: il 1° gennaio scorso è entrato in vigore il regolamento 821/2017, che obbliga gli importatori europei di stagno, tantalio, tungsteno, dei loro minerali, e di oro ad adempiere ai doveri di diligenza per impedire che i profitti provenienti da questo commercio vadano a finanziare conflitti. D’ora in poi, chi importa coltan e oro all’interno dell’Ue dovrà indicarne l’origine e gli spostamenti lungo la catena di approvvigionamento.

Il regolamento è appena entrato in vigore. Bisognerà vedere nei fatti come avverrà la sua applicazione. Ma è certo che si tratta di un primo importante passo per migliorare le condizioni di vita e lavoro nelle miniere congolesi. E per rendere più trasparente una filiera in cui siamo più coinvolti di quanto immaginiamo.

Per gentile concessione de L’Espresso (articolo pubblicato il 28/02/2021).

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