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Piero è sacerdote

Per una settimana il sonno scompare e l’ordinazione sopraggiunge troppo in fretta. Arrivano familiari, parenti, amici, gesuiti e, con loro, un desiderio misto: stare con tutti e, allo stesso tempo, raccogliersi in silenzio. Il sentimento principale nei giorni a cavallo dell’ordinazione è la gratitudine verso quanti, con grande pazienza e disponibilità, mi hanno aiutato nell’organizzazione pratica (e nel supporto morale).

Un grande grazie va ai gesuiti della comunità di San Saba, cui sono grato per la bellezza di una vicinanza fraterna e per l’aiuto concreto nell’organizzazione della cerimonia: dal coro al servizio liturgico (assistiti dalla straordinaria competenza di padre Massimo), fino alle immancabili “lezioni di turibolo” e fondamentali “spunti litugici”. Prepararsi all’ordinazione sentendosi a casa, tra comunità e parrocchia, è stato per me un grande aiuto.

Fatico a definire emozioni e sentimenti della celebrazione: gioia, timore, ansia, pace, perplessità? Di certo ho provato una grande consolazione nell’avere accanto, e presenti alla cerimonia, i compagni di noviziato con cui abbiamo iniziato questa bella avventura della vita in Compagnia. Non sono sicuro di aver compreso fino in fondo cosa sia successo, ma mi sento accompagnato in quella che è una tappa centrale della difficile felicità di provare a seguire Cristo.

Ora, passato il tram tram organizzativo, la gratitudine si estende al cammino compiuto in questi anni. Tante gioie, avventure, incontri e scoperte; sfide, complessità, delusioni e momenti di fatica che arricchiscono la bellezza dell’avventura. Sono grato soprattutto al Signore per i tanti confratelli incontrati lungo il percorso: dal noviziato al filosofato, passando per la Romania e per le esperienze fuori provincia, come il tempo parigino e l’esperienza di Berkeley. Una ricca umanità, non priva di difficoltà e fragilità, mai tristemente perfetta, sempre sorprendente e viva. Ho spesso la sensazione di aver ricevuto più di quanto abbia donato, e anche di questo sono grato. Rileggendo l’esperienza passata, mi sono sempre sentito accompagnato dal Signore, nelle gioie come nelle difficoltà.

Non so cosa mi aspetta ora. Oltre a qualche messa a San Saba e dintorni, questa prima settimana “da prete” è stata un tempo di scoperta del sacramento della confessione, nella chiesa di Sant’Ignazio. È per me una grande consolazione mettermi in ascolto di un’umanità a volte sofferente e in ricerca, nel profondo del proprio cuore, di senso, pace e consolazione. Le parole spesso mancano, ma rimane vivo il desiderio di lasciarsi guidare dal Padre per provare a trasmettere qualcosa di un Dio sempre pronto a perdonare.

Nell’immediato mi attende il rientro a Berkeley. Lo studio biblico rimane la missione principale, ma il desiderio è quello di arricchirne prospettive e orizzonti con una dimensione pastorale ridotta ma intensa, in primo luogo nel ministero della confessione, nel carcere di Saint Quentin. Il tempo estivo sarà ricco di esperienze e opportunità pastorali, dal sapore di avventura e di scoperta, tra East Coast e West Coast.

In termini più generali, e con uno sguardo aperto al futuro, non saprei definire con precisione quale potrà essere per me la missione come sacerdote gesuita in Compagnia. Potrei citare documenti, testi teologici o riflessioni, ma mi è più facile parlare del desiderio che sento: essere sempre più radicato in Cristo e aprirmi alle sfide e alle missioni che la vita in Compagnia mi offrirà, con questo solo desiderio e con i ministeri che mi verranno affidati. Che si tratti di un ritorno in Romania, rimasta nel cuore dopo il magistero, o di un altro luogo, il desiderio più grande è solo quello di aprirmi sempre di più a Cristo e ai volti che incontrerò nelle missioni cui sarò chiamato.

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