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Roma. Francesco ai gesuiti: “Come Favre grandi desideri, pensiero aperto e un cuore ‘svuotato’

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papa nicolas favre

Svuotati e inquieti, capaci di di desiderare in grande, annunciatori del Vangelo non con il bastone ma con dolcezza. Francesco torna a definire l’identikit dei gesuiti ispirandosi alla figura di san Pietro Favre. Nella chiesa del Gesù, dinanzi a circa 350 confratelli e al generale della Compagnia, padre Adolfo  Nicolás, Bergoglio ha celebrato la messa  in occasione della memoria del SS.mo Nome di Gesù, Titolo della Compagnia di Gesù, e in ringraziamento per la canonizzazione del primo sacerdote gesuita, Pietro Favre.

“Noi gesuiti vogliamo essere simili a Gesù. Fare ciò che ha fatto Lui, con i suoi stessi sentimenti. Il cuore di Cristo è il cuore di un Dio che, per amore, si è ‘svuotato’. Ognuno di noi, gesuiti, che segue Gesù dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso. Siamo chiamati a questo abbassamento, a essere degli svuotati, uomini non centrati su se stessi”. Il gesuita è uomo dal “pensiero incompleto, aperto” capace di “guardare all’orizzonte di Dio che ci sorprende senza sosta”.

Un’apertura che è compagna di quella “santa e bella inquietudine”, che cerca Dio per trovarlo e poi cercarlo ancora. “Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita. E ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili”. Il santo appena proclamato, Favre, era un uomo modesto, sensibile, di grande vita interiore, uno spirito inquieto, mai soddisfatto. “Un uomo capace di grandi desideri” dei quali si è fatto carico. “Una fede seria”, dice Francesco ai confratelli, “implica infatti il desiderio di cambiare il mondo.  Abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci? Il nostro sogno vola alto? O siamo mediocri e ci accontentiamo della nostre programmazioni apostoliche da laboratorio?”. La forza della Chiesa, aggiunge, non sta “nella nostre capacità organizzative, ma nella acque profonde di Dio”.

Uomo del dialogo con tutti, san Pietro testimoniava la sua fede con dolcezza, senza cadere nella “tentazione, che forse possiamo avere noi e che tanti hanno, di collegare l’annunzio del Vangelo con bastonate inquisitorie, di condanna. No, il Vangelo si annunzia con dolcezza, con fraternità, con amore. La sua familiarità con Dio lo portava a capire che l’esperienza interiore e la vita apostolica vanno sempre insieme”.

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