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Compagni in una missione di riconciliazione e di giustizia

Congregazione Generale 36 - Decreto 1

«Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.» (2 Cor 5, 18)

1. La Compagnia di Gesù ha sempre cercato di conoscere e di seguire la volontà di Dio per noi. Questa Congregazione riprende di nuovo questo compito. Lo facciamo a partire dal cuore della Chiesa, ma con lo sguardo sul mondo che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi”. Da un lato, vediamo la vitalità della gioventù, che è in cerca di una vita migliore. Vediamo molti che godono della bellezza della creazione. Vediamo le diverse maniere in cui le persone utilizzano i loro doni per il bene degli altri. Tuttavia, oggi il nostro mondo deve affrontare tante difficoltà, tante sfide. Alla nostra mente si affacciano le immagini di gente umiliata, colpita da violenze, esclusa dalla società ed emarginata. La terra deve sopportare il peso dei danni che gli esseri umani hanno provocato. Anche la speranza sembra minacciata; al posto della speranza, troviamo paura e rabbia.

2. Papa Francesco ci ricorda che “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. Questa unica crisi, che soggiace tanto alla crisi sociale quanto a quella ambientale, nasce dal modo in cui gli esseri umani usano – ed abusano – dei popoli e dei beni della terra. Questa crisi ha radici spirituali profonde; mina la speranza e la gioia che Dio annuncia e offre mediante il Vangelo, e arriva a toccare anche la Chiesa e la Compagnia di Gesù.

3. Eppure, guardando la realtà con occhi di fede, con una visione formata dalla Contemplatio ad amorem, sappiamo che Dio è al lavoro nel mondo. Noi riconosciamo i segni dell’opera di Dio, del grande ministero della riconciliazione che Dio ha iniziato in Cristo e che si compie nel Regno di giustizia, di pace e di integrità della creazione. La Congregazione Generale 35a ha riconosciuto questa missione. La lettera del Padre Generale Adolfo Nicolás sulla riconciliazione e l’insegnamento di Papa Francesco hanno dato a questa visione maggiore profondità, ponendo la fede, la giustizia e la solidarietà con i poveri e gli esclusi al centro della missione di riconciliazione. Piuttosto che domandarci che cosa dovremmo fare, cerchiamo di comprendere in che modo Dio invita noi – e tante persone di buona volontà – a prendere parte a questa grande opera. Da soli, ci ritroviamo umiliati e deboli, peccatori. Con il Salmista esclamiamo: “Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza”. Ma sperimentiamo la gioia quando ci riconosciamo peccatori che, per la misericordia di Dio, sono chiamati a essere compagni di Gesù e “collaboratori di Dio”.

4. Non siamo noi i primi a cercare chiarezza per quanto riguarda la chiamata di Dio. L’incontro dei Primi Compagni a Venezia è un’immagine forte, un passo importante nella formazione della Compagnia. In quella occasione i compagni si sono confrontati con la frustrazione dei loro progetti di andare in Terra Santa. Questo li ha guidati a discernere più profondamente la chiamata del Signore. Dove lo Spirito li stava conducendo? Come compresero nel discernimento la nuova direzione della loro vita, si tennero saldi in quello che avevano già sperimentato come fonte di vita: condividere le loro esistenze insieme come amici nel Signore; vivere stando molto vicini alle vite dei poveri; annunciare il Vangelo con gioia.

5. Erano sacerdoti, allo stesso tempo colti e poveri. Per i Primi Compagni la vita e la missione, radicate in una comunità di discernimento, erano profondamente interrelate. Oggi noi Gesuiti siamo chiamati a vivere allo stesso modo, come presbiteri, fratelli e persone in formazione: tutti condividiamo la stessa missione. Infiammati dall’amore di Cristo, quando riflettiamo e preghiamo su ciascuno di questi elementi, lo facciamo conoscendo l’unità intima che esiste fra missione, vita e comunità di discernimento.

6. Questa Congregazione trova consolazione e gioia nel ritornare a queste radici, a questa visione integrale di chi siamo, come pure nel riconoscere che molti altri, come noi, sentono la chiamata a lavorare con Cristo. Ritorniamo ora alle nostre radici: anzitutto a una comunità di discernimento, poi alla nostra vita nella fede e infine alla missione che scaturisce da entrambe. La povertà della vita e la vicinanza ai poveri dei Primi Compagni a Venezia devono segnare anche la nostra vita; quella povertà che genera creatività e che ci protegge da ciò che limita la nostra disponibilità a rispondere alla chiamata di Dio. Tale povertà di vita ci invita costantemente a riflettere su come possiamo vivere più semplicemente, avendo di meno. Chiediamo nella preghiera anche di entrare più pienamente nella grande tradizione mistica che i nostri Primi Padri ci hanno lasciato in eredità: questo è sempre una grazia e sempre una sfida. Infine, chiediamo insistentemente la grazia di sapere come possiamo prendere parte al grande ministero della riconciliazione, persuasi, come ci ricorda Papa Francesco, che la nostra risposta resta sempre incompleta.

Una comunità in discernimento con orizzonti aperti

7. Durante il loro soggiorno a Venezia i compagni non sono sempre rimasti insieme: si sono dispersi per poter svolgere varie attività. Tuttavia, proprio in questo periodo essi hanno condiviso l’esperienza di costituire un unico gruppo, unito nella sequela di Cristo, in mezzo ad attività molto diverse. Anche noi, Gesuiti di oggi, siamo impegnati in una grande varietà di apostolati, che richiedono sovente una specializzazione e un grande dispendio di energie. Ma se dimentichiamo che siamo un corpo solo, uniti insieme in Cristo e con Cristo, perdiamo la nostra identità di Gesuiti e la nostra capacità di dare testimonianza al Vangelo. È la nostra unione reciproca in Cristo che testimonia la Buona Notizia più potentemente delle nostre singole capacità e competenze.

8. Ciascuno di noi, perciò, dovrebbe costantemente desiderare che il nostro agire apostolico si sviluppi, sia stimolato e aiutato a portar frutto grazie all’incoraggiamento dei nostri fratelli. Riceviamo sempre la nostra missione da Dio nella Chiesa, attraverso i Superiori Maggiori e i Superiori locali, praticando l’obbedienza gesuitica, la quale include il nostro discernimento personale. Se, però, la nostra missione non è sostenuta dal corpo della Compagnia, rischia di appassire. In questo nostro tempo di individualismo e di competitività, dovremmo ricordare che la comunità gioca un ruolo davvero speciale, dal momento che è un luogo privilegiato di discernimento apostolico.

9. La comunità gesuitica è uno spazio concreto in cui viviamo come amici nel Signore. Questa vita in comune è sempre al servizio della missione, ma, poiché tali legami fraterni annunciano il Vangelo, è essa stessa missione.

10. Nella nostra vita di comunità gesuitica dovremmo lasciare spazio all’incontro e alla condivisione. Questo atteggiamento aiuta la comunità a diventare spazio di verità, di gioia, di creatività, di perdono e di ricerca della volontà di Dio. In tal modo la comunità può diventare un luogo di discernimento.

11. Il discernimento comunitario esige che ciascuno di noi sviluppi alcune caratteristiche ed alcuni atteggiamenti fondamentali: la disponibilità, la mobilità, l’umiltà, la libertà, la capacità di accompagnare altri, la pazienza e la volontà di ascoltare con rispetto, in modo da poterci dire reciprocamente la verità.

12. Un mezzo essenziale che può animare il nostro discernimento apostolico comunitario è la conversazione spirituale. Essa comporta uno scambio, caratterizzato da un ascolto attivo e recettivo e da un desiderio di parlare di ciò che ci tocca più in profondità. Cerca di tener conto dei movimenti spirituali, individuali e comunitari, con l’obiettivo di scegliere la via della consolazione, che fortifica in noi la fede, la speranza e la carità. La conversazione spirituale crea un clima di fiducia e di accettazione verso noi stessi e verso gli altri. Non dovremmo privarci di una tale conversazione nella comunità e in tutte le altre occasioni in cui si devono prendere decisioni nella Compagnia.

13. Nel nostro mondo, che conosce un elevato grado di divisione, chiediamo al Signore di aiutare le nostre comunità a diventare delle “dimore” per il Regno di Dio. Ci sentiamo chiamati a superare ciò che può separarci gli uni dagli altri. La semplicità di vita e l’apertura del cuore promuovono questa reciproca attenzione. Inoltre, il vivere insieme come amici nel Signore nutre la vocazione dei nostri in formazione, e può ispirare altri ad entrare in Compagnia.

14. Questo atteggiamento di ascolto dello Spirito nelle nostre relazioni deve senz’altro includere coloro con cui lavoriamo. Essi ci insegnano spesso questa apertura allo Spirito. Vi sono importanti discernimenti riguardanti la missione che vengono spesso arricchiti dalla loro voce e dal loro impegno.

15. È fondamentale sottolineare la costante rilevanza della vicinanza reale dei Primi Compagni ai poveri. Il povero ci sfida a ritornare costantemente a ciò che è essenziale per il Vangelo, a ciò che veramente dà vita e a riconoscere ciò che ci appesantisce. Come ci ricorda Papa Francesco, siamo chiamati a trovare Cristo nei poveri, a impegnare la nostra voce per le loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa saggezza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro. È un atteggiamento che va controcorrente rispetto ai comportamenti abituali del mondo, dove, come dice il Qoélet, “la sapienza del povero è disprezzata e le sue parole non sono ascoltate”. Con i poveri possiamo imparare che cosa significhino speranza e coraggio.

16. Nelle nostre comunità e nei nostri apostolati sentiamo la chiamata a riscoprire l’ospitalità verso gli stranieri, i giovani, i poveri e i perseguitati. È Cristo stesso che ci insegna questa ospitalità.

Uomini infiammati dalla passione per il Vangelo

17. I nostri Primi Padri sono pervenuti insieme a un così ricco discernimento della chiamata di Dio perché avevano sperimentato la grazia di Cristo, che li aveva resi liberi. Papa Francesco ci esorta a pregare con insistenza per questa consolazione, che Cristo desidera donare. La riconciliazione con Dio è anzitutto e soprattutto una chiamata a una profonda conversione, per ogni Gesuita, e per tutti noi.

18. Il problema che oggi la Compagnia si pone riguarda il perché gli Esercizi non ci cambino così profondamente come potremmo sperare. Quali aspetti della nostra vita, del nostro lavoro o del nostro stile di vita ostacolano la nostra capacità di lasciarci trasformare dalla misericordia gratuita di Dio? Questa Congregazione è profondamente convinta che Dio stia chiamando tutta quanta la Compagnia a un profondo rinnovamento spirituale. Ignazio ci ricorda che ogni Gesuita deve fare in modo “di avere dinanzi agli occhi, finché vivrà, prima di ogni altra cosa, Iddio”. Perciò, tutti i mezzi che ci uniscono direttamente con Dio dovrebbero essere più che mai stimati e praticati: gli Esercizi Spirituali, la preghiera quotidiana, l’Eucaristia e il Sacramento della Riconciliazione, la direzione spirituale e l’Esame. Abbiamo bisogno di fare sempre più pienamente nostro il dono degli Esercizi, che condividiamo con tante persone, particolarmente con la Famiglia ignaziana, e delle Costituzioni, che sono l’anima della nostra Compagnia. In un mondo che perde il senso di Dio dovremmo cercare di essere più profondamente uniti a Cristo nei misteri della sua vita. Mediante gli Esercizi acquisiamo lo stile di Gesù, i suoi sentimenti e le sue scelte.

19. Nel cuore della spiritualità ignaziana vi è l’incontro trasformante con la misericordia di Dio in Cristo, che ci muove a una generosa risposta personale. L’esperienza dello sguardo misericordioso di Dio sulla nostra debolezza e peccaminosità ci rende umili e ci colma di gratitudine, aiutandoci a diventare ministri pieni di compassione verso tutti. Riempiti dal fuoco della misericordia di Cristo, siamo in grado di infiammare coloro che incontriamo. Questa esperienza fondante della misericordia di Dio è sempre stata la fonte dell’audacia apostolica che ha contrassegnato la Compagnia e che dobbiamo conservare.

20. Come ci ricorda Papa Francesco, “misericordia non è una parola astratta ma uno stile di vita, che antepone alla parola i gesti concreti”. Per noi Gesuiti, la compassione è azione, un’azione oggetto di comune discernimento. Sappiamo inoltre che non vi è autentica familiarità con Dio se non ci lasciamo muovere alla compassione e all’azione dall’incontro con Cristo, che si rivela nei volti sofferenti e vulnerabili della gente, anzi nei dolori di tutta la creazione.

In missione con Cristo Riconciliatore

21. Nel tempo di preparazione alla Congregazione Generale 36a , il P. Adolfo Nicolás ha invitato la Compagnia ad entrare in un processo di ricerca per ascoltare “la chiamata del Re eterno” e discernere quali siano “i tre appelli più importanti che il Signore rivolge oggi a tutta la Compagnia”. Le nostre Province e Regioni, attraverso le Congregazioni Provinciali e Regionali, hanno risposto all’invito. La chiamata a condividere l’opera di riconciliazione di Dio nel nostro mondo frantumato è emersa con frequenza e con forza. Ciò che la Congregazione Generale 35a aveva identificato come le tre dimensioni del ministero della riconciliazione, ossia riconciliazione con Dio, riconciliazione reciproca e riconciliazione con la creazione, ha acquisito una nuova urgenza. Questa riconciliazione è sempre un’opera di giustizia, una giustizia frutto di discernimento e realizzata nelle comunità e nei contesti locali. La Croce di Cristo ed il nostro parteciparvi sono anche al centro dell’opera di riconciliazione di Dio. Questa missione può portare fino al conflitto e alla morte, come abbiamo testimoniato nella vita di molti nostri fratelli. Anche se parliamo di tre forme di riconciliazione, in realtà sono tutte e tre un’unica opera di Dio, connesse fra loro e inseparabili.

Prima chiamata: la riconciliazione con Dio

22. La riconciliazione con Dio, se la accogliamo, ci radica nella gratitudine e ci apre alla gioia. Scrive Papa Francesco: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù (…). Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. Annunciare e condividere il Vangelo continua a essere per la Compagnia la ragione della sua esistenza e della sua missione: che Gesù Cristo sia conosciuto, che il suo amore sia corrisposto, che l’amore di Cristo sia sorgente di vita per tutti. Egli resta sempre la sorgente della gioia e della speranza che noi offriamo agli altri. La Compagnia deve perciò rispondere con maggiore decisione alla chiamata della Chiesa per una nuova evangelizzazione, mettendo particolarmente l’accento sul ministero verso e con i giovani e le famiglie.

23. Un contributo speciale che i Gesuiti e la Famiglia ignaziana hanno da offrire alla Chiesa e alla sua missione di evangelizzazione è la spiritualità ignaziana, che facilita l’esperienza di Dio e di conseguenza può aiutare molto il processo di conversione personale e comunitaria. Papa Francesco afferma continuamente che il discernimento dovrebbe giocare un ruolo particolare nelle famiglie, tra i giovani, nella promozione delle vocazioni e nella formazione del clero. La vita cristiana diventa sempre più personale grazie al discernimento.

24. L’annuncio del Vangelo avviene in contesti molto differenti: a) in parecchie culture la secolarizzazione è una sfida prioritaria e richiede una particolare creatività per attirare e iniziare alla fede cristiana le generazioni più giovani; b) in un mondo sempre più pluralista, il dialogo interreligioso, in tutte le sue forme, continua a essere necessario: non sempre è facile e rischia di essere mal compreso; c) in molte parti del mondo, la Compagnia è chiamata a rispondere alla sfida di credenti che abbandonano la Chiesa per una ricerca di senso personale e di spiritualità; d) i Gesuiti devono continuare a dare importanza agli studi teologici e biblici, con i quali aiutare le persone ad approfondire la comprensione del Vangelo nei loro diversi contesti culturali, con le loro speranze e le loro sfide. Questi studi dovrebbero prevedere l’accompagnamento spirituale delle persone, partendo dalla profondità delle loro tradizioni spirituali.

Seconda chiamata: la riconciliazione dentro l’umanità

25. Durante tutta la nostra preparazione a questa Congregazione, “come corpo universale con una missione universale”, abbiamo sentito resoconti di scioccanti condizioni di sofferenza e di ingiustizia di cui sono vittime milioni di nostri fratelli e di nostre sorelle. Riflettendo su queste situazioni, sentiamo Cristo che ci chiama di nuovo a un ministero di giustizia e di pace, a servizio dei poveri e degli esclusi, contribuendo alla costruzione della pace. Fra queste diverse forme di sofferenza, tre sono apparse più gravi in parecchie delle nostre Province e Regioni:

a) [26.] La dislocazione di persone (rifugiati, migranti e profughi interni). Di fronte agli atteggiamenti ostili nei riguardi di costoro, la nostra fede invita la Compagnia a promuovere ovunque una più generosa cultura dell’ospitalità. La Congregazione riconosce la necessità di promuovere un’articolazione internazionale del nostro servizio ai migranti e ai rifugiati, trovando dei modi di collaborazione con il JRS.

b) [27.] Le ingiustizie e le disparità vissute dalle popolazioni emarginate. Insieme ad un’enorme crescita di ricchezza e di potere, nel mondo si constata una crescita enorme e continua della diseguaglianza. I modelli di sviluppo attualmente predominanti lasciano milioni di persone, soprattutto i giovani e chi è più vulnerabile, prive di opportunità di integrazione nella società. Popolazioni e comunità indigene, come i Dalits e i tribali nell’Asia del Sud, rappresentano un caso paradigmatico di tali gruppi. In molte parti del mondo sono particolarmente le donne a soffrire di questa ingiustizia. Siamo chiamati a sostenere queste comunità nelle loro lotte, riconoscendo che abbiamo molto da imparare dai loro valori e dal loro coraggio. La difesa e la promozione dei diritti umani e di un’ecologia integrale costituiscono un orizzonte etico che condividiamo con molte altre persone di buona volontà, che ugualmente cercano di rispondere a questa chiamata.

c) [28.] Il fondamentalismo, l’intolleranza e i conflitti etnico-religioso-politici, che sono fonte di violenza. In molte società vi è un crescente livello di conflitti e di polarizzazioni, che spesso danno origine a una violenza tanto più scandalosa in quanto è motivata e giustificata da convinzioni religiose distorte. In situazioni come queste i Gesuiti, uniti a tutti quelli che cercano il bene comune, sono chiamati a contribuire alla costruzione della pace, sul piano locale e su quello globale, a partire dalle proprie tradizioni religiose e spirituali.

Terza chiamata: la riconciliazione con la creazione

29. Papa Francesco ha sottolineato il legame fondamentale che esiste tra la crisi ambientale e la crisi sociale che oggi stiamo vivendo. La povertà, l’esclusione sociale e l’emarginazione sono connesse con il degrado ambientale. Non sono crisi separate ma un’unica crisi, che è sintomo di qualcosa di molto più profondo: il modo sregolato in cui le società e le economie sono organizzate. L’attuale sistema economico, con il suo orientamento predatorio, scarta sia le risorse naturali che le persone. Per questo motivo Papa Francesco insiste nel dire che l’unica soluzione adeguata è una soluzione radicale. La direzione dello sviluppo deve essere modificata se vuol essere sostenibile. Noi Gesuiti siamo chiamati a contribuire alla ricomposizione di un mondo frantumato, promovendo un nuovo modo di produrre e di consumare, che metta al centro la creazione di Dio.

30. La sfida multiforme del prenderci cura della nostra casa comune richiede alla Compagnia una risposta multiforme. Cominciamo col cambiare il nostro stile di vita personale e comunitario, adottando un comportamento che sia coerente con il nostro desiderio di riconciliarci con la creazione. Dobbiamo accompagnare e rimanere vicini ai più vulnerabili. I nostri teologi, filosofi e altri intellettuali ed esperti dovrebbero contribuire all’analisi rigorosa delle radici e delle soluzioni della crisi. Dovrebbe essere sostenuto l’impegno dei Gesuiti in regioni come l’Amazzonia e il Bacino del Congo, riserve ambientali essenziali per il futuro dell’umanità. Dovremmo gestire i nostri investimenti finanziari in modo responsabile. E non possiamo dimenticare di celebrare la creazione, rendendo grazie per “il tanto bene ricevuto”.

Verso il rinnovamento della nostra vita apostolica

31. Tutti i nostri ministeri dovrebbero cercare di costruire ponti, di promuovere la pace. Per fare questo, dobbiamo entrare in una comprensione più profonda del mistero del male nel mondo e del potere trasformante dello sguardo misericordioso di Dio, che opera per fare dell’umanità una famiglia riconciliata e in pace. Con Cristo siamo chiamati a essere vicini a tutta l’umanità crocifissa. Insieme ai poveri, possiamo contribuire a creare un’unica famiglia umana, attraverso la lotta per la giustizia. Anche coloro che hanno tutto ciò che è necessario per vivere e vivono lontani dalla povertà hanno bisogno del messaggio di speranza e di riconciliazione, che li liberi dal timore dei migranti e dei rifugiati, degli esclusi e di quelli che sono diversi, e li apra all’ospitalità e a fare la pace con i propri nemici.

32. La Congregazione invita tutta la Compagnia a un rinnovamento della nostra vita apostolica fondandola sulla speranza. C’è bisogno più che mai di portare un messaggio di speranza, che nasca dalla consolazione del nostro incontro con il Signore Risorto. Tale rinnovamento, incentrato sulla speranza, riguarda tutti i nostri apostolati.

33. Non vogliamo proporre una speranza semplicistica o superficiale. Come ha sempre sottolineato il Padre Adolfo Nicolás, il nostro contributo dovrebbe piuttosto essere caratterizzato dalla sua profondità: una profondità interiore e una “profonda riflessione che ci consente di capire la realtà più profondamente e quindi di servire in modo più efficace”. A questo scopo, i Gesuiti in formazione dovrebbero ricevere una solida preparazione intellettuale ed essere aiutati a progredire nella loro integrazione personale.

34. Le nostre opere educative, a tutti i livelli, e i nostri centri di comunicazione e di ricerca sociale dovrebbero aiutare a formare uomini e donne impegnati per la riconciliazione ed in grado di affrontare gli ostacoli alla riconciliazione e di proporre soluzioni. L’apostolato intellettuale dovrebbe essere rafforzato al fine di contribuire alla trasformazione delle nostre culture e società.

35. A motivo dell’ampiezza e dell’interconnessione delle sfide con cui siamo confrontati è importante sostenere e incoraggiare una crescente collaborazione fra Gesuiti, e fra apostolati dei Gesuiti, tramite delle reti. Le reti internazionali e intersettoriali sono un’opportunità per rafforzare la nostra identità, in quanto ci consentono di condividere le nostre capacità ed i nostri impegni a livello locale, per essere insieme a servizio di una missione universale.

36. La collaborazione con altri è l’unico modo in cui la Compagnia di Gesù può realizzare la missione che le è affidata. Questa compartecipazione alla stessa missione include quelli con i quali condividiamo la fede cristiana, coloro che appartengono ad altre religioni e le donne e gli uomini di buona volontà che, come noi, desiderano collaborare all’opera di riconciliazione di Cristo. Secondo le parole del Padre Generale Arturo Sosa, i Gesuiti sono “chiamati alla missione del Cristo Gesù, che non ci appartiene in esclusività, ma che condividiamo con tanti uomini e donne consacrati al servizio degli altri”.

37. In tutto ciò che compiamo, vogliamo dare ascolto a Papa Francesco, che ci ha sollecitato a promuovere un dinamismo di trasformazione personale e sociale. “Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società”. Il discernimento nella preghiera dovrebbe essere il nostro modo abituale di avvicinarci alla realtà quando vogliamo trasformarla.

38. Consapevole dell’urgenza del momento presente e della necessità di coinvolgere tutta la Compagnia ed i suoi apostolati nel rispondere a queste chiamate, la Congregazione chiede al Padre Generale che, lavorando in stretta unione con le Conferenze e le Province, sviluppi obiettivi e linee guida chiari per la nostra odierna vita apostolica.

Conclusione

39. Da Venezia, Ignazio e i suoi compagni si sono recati a Roma per dare forma al corpo apostolico della Compagnia e iniziare una straordinaria attività missionaria. Lo hanno fatto sotto l’autorità del Romano Pontefice, che ha confermato il loro carisma. Questa Congregazione ha sperimentato un’analoga grazia di conferma, di incoraggiamento e di missione da parte di Papa Francesco. Il Santo Padre ha sottolineato che non dovremmo essere soddisfatti dello status quo dei nostri ministeri. Ci ha di nuovo chiamati al magis, “quel plus” che ha portato “Ignazio ad iniziare processi, ad accompagnarli e a valutare la loro reale incidenza nella vita delle persone”.

40. Nella fede, sappiamo che, in mezzo alle difficoltà e alle sfide del nostro tempo, Dio non smette mai di operare per la salvezza di tutti, anzi di tutta la creazione. Noi crediamo che Dio continua la sua opera di “riconciliare a sé il mondo in Cristo”. Sentiamo la chiamata urgente a unirci al Signore nel prenderci cura di coloro che sono maggiormente nel bisogno e nell’estendere la misericordia di Dio là dove l’ingiustizia, la sofferenza e la disperazione sembrano disfare il piano divino. Preghiamo per avere il coraggio e la libertà “di osare l’audacia dell’‘improbabile’“, rispondendo alla chiamata di Dio “con l’umiltà di quelli che sanno che, in questo servizio in cui l’umano impegna tutta la sua energia, ‘tutto dipende da Dio’“ . “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.

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