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Rifugiati: in gioco il futuro dei diritti

Preoccupati per il diritto di asilo e per i diritti generali. Nei giorni di «lutto, voluto come nazionale, è ancora più stridente il fatto che ci sono vite che contano, con molti privilegi, e che fermano un Paese, e vite che non contano, che non hanno diritto ad avere diritti, che finiscono nel disinteresse di tutti lungo le rotte della libertà in mare o per terra, come quelle persone che hanno perso la vita nel naufragio nell’Egeo»: padre Camillo Ripamonti, il 15 giugno, apre l’appuntamento voluto dal Centro Astalli, in Gregoriana, per la Giornata del rifugiato 2023, parlando dell’ecatombe appena consumata dinanzi alla Grecia, che, a detta dei sopravvissuti, ha portato sul fondo del Mediterraneo un carico di centinaia e centinaia di persone.

Ma il presidente di Astalli parla anche degli altri naufragi, compreso quello del diritto all’asilo, di cui secondo la Costituzione dovrebbe godere “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese, l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Invece «la Ue immola vittime innocenti alla difesa dei confini. Dietro la propaganda securitaria c’è solo la volontà di azzerare i soccorsi e far accordi con dittatori per imprigionare chi parte. Preoccupazione dei governi è rendere più difficile il diritto di asilo», dice padre Ripamonti. Per questo il tema è più grande, come recita il titolo dell’incontro, “Rifugiati. In gioco il futuro dei diritti”.

La missione dell’Europa

«Questa tragedia ci dice che non stiamo rispettando la prima missione dell’Europa, che è essere spazio di libertà, democrazia e soccorso a chi è in difficoltà», dice il giornalista Marco Damilano. «L’Europa è diventata una somma di egoismi, di rapporti di forza. Ed emergenza è parola senza senso per le migrazioni, come per tutte le altre grandi questioni del nostro tempo». Il pomeriggio si apre, come nella tradizione di Astalli, con le voci dei protagonisti. Yenmery Coronado, 50 anni, venezuelana, insegnante, racconta la fuga per scappare da un paese ridotto allo stremo, dove ogni manifestazione di dissenso viene repressa con violenza. «Mio marito era un dirigente sindacale, è stato picchiato più volte in strada. Le forze militari ci cercavano. Eravamo terrorizzati». A Sakineh Hosseini, afghana, presta la voce la figlia Fatima. «Nel 2001 ero stata eletta rappresentante del popolo nella Loya Jirga, la grande assemblea del popolo afghano. Sono stata rappresentante del Consiglio provinciale di Herat, membro del comitato per la prevenzione della violenza contro le donne, volontaria del Comitato dei Difensori dei Diritti Umani e fondatrice del Complesso Sociale Culturale delle Donne Shegofa». Un impegno politico che, con il ritorno dei Talebani, ha significato rischio per la vita: «Sono stata umiliata, minacciata e aggredita molte volte. Una sera hanno lanciato granate contro la mia casa e hanno cercato di rapirmi». Sakineh e la sua famiglia si sono salvati grazie all’evacuazione organizzata dal governo italiano. «Oggi mi sento molto fortunata a essere viva insieme alle persone che amo. Ogni giorno penso alla mia terra e alle tante donne che sono rimaste in Afghanistan. Ero un punto di riferimento per loro e il pensiero di non poterle aiutare mi logora ogni notte e non mi fa dormire. Sogno un giorno di tornare in Afghanistan per poter ridare speranza a una terra senza pace».

L’indifferenza che rende ciechi

Sono le parole di quegli invisibili, di quelle storie dimenticate a cui papa Francesco ha voluto dare voce in tanti messaggi. Lo ricorda il cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede. Dieci anni fa, la visita del Papa a Lampedusa, «a una frontiera contemporanea, invisibile agli occhi di tanti, senza volto, svuotata di una storia» ha sollevato «il velo dell’indifferenza che ci impedisce di vedere gli altri. Non vedere e non reagire davanti a un dramma, a un genocidio, è qualcosa di mostruoso. Siamo corresponsabili di tutte queste stragi umane». «Costruire ospitalità invece di ostile insensibilità» è il grido che da dieci anni continua a risuonare. Come nel messaggio della pace del 2018, in cui è «contemplativo» lo sguardo che si posa sui rifugiati: «Il Papa li guarda come una risorsa, non solo vittime o problema, ma maestri di umanità. Occorre lavorare sulla cittadinanza culturale». La chiusura, conclude il prelato, «è una dichiarazione di morte per noi stessi».

Il diritto a diventare ciò che si è

«Siamo tutti figli di migranti e dovremmo ricordarlo nel momento in cui si varano dei provvedimenti che sono una vergogna in termini di accoglienza», ricorda lo scrittore Paolo Rumiz, in un videomessaggio. «Se l’Europa non mette più Europa nel suo atlantismo saremo spazzati via dal vento della storia».

A prescindere da dove si è nati, nel deserto subsahariano o a Central Park, «a ciascuno dovrebbe essere data la possibilità di diventare chi vuol essere con il suo genio, la sua cultura e la sua religione», aggiunge nel suo intervento la filosofa Roberta De Monticelli.

L’incontro è stato chiuso dal canto e dalle parole dell’attrice Evelina Meghnagi, con un messaggio dedicato alle donne rifugiate, alle quali saranno devoluti i proventi del Cd “Shahida – tracce di libertà” .

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