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La nostra missione e il dialogo interreligioso

Congregazione Generale 34 - Decreto 5

Introduzione

[128] 1. Se, come Ignazio, immaginiamo di rivolgere il nostro sguardo alla terra insieme alla Trinità, mentre sta per iniziare il terzo millennio del cristianesimo, che cosa vedremmo? Più di cinque miliardi di esseri umani: alcuni maschi altri femmine; alcuni ricchi, molti di più poveri; alcuni gialli, alcuni bruni, alcuni neri, alcuni bianchi; alcuni in pace altri in guerra; alcuni cristiani (un miliardo e 950 milioni), alcuni musulmani (un miliardo), alcuni indù (777 milioni), alcuni buddisti (341 milioni), alcuni di nuovi movimenti religiosi (128 milioni), alcuni di religioni indigene (99 milioni), alcuni ebrei (14 milioni), alcuni del tutto senza religione (un miliardo e 100 milioni). Quale significato e quale opportunità ha, per le nostre vite e per la nostra missione di evangelizzazione, tale ricco pluralismo etnico, culturale e religioso che caratterizza il mondo di Dio oggi? E come rispondiamo noi al razzismo, al pregiudizio culturale, al fondamentalismo religioso e all’intolleranza che caratterizzano tanta parte del mondo odierno?

[129] 2. La Congregazione Generale 34ª incoraggia tutti i gesuiti a superare pregiudizi e prevenzioni, di carattere storico, culturale; sociale o teologico, al fine di collaborare cordialmente con tutti gli uomini e donne di buona volontà nella promozione della pace, della giustizia, dell’armonia, dei diritti umani e del rispetto per l’intera creazione di Dio. Questo va fatto specialmente attraverso il dialogo con coloro che sono ispirati da impegno religioso o che condividono un senso della trascendenza che li apre a valori universali.

La Chiesa e il dialogo interreligioso

[130] 3. Il Concilio Vaticano II ha esortato tutti i cattolici ad un dialogo capace di “riconoscere, conservare e far progredire i beni spirituali e morali, nonché i valori socio-culturali” presenti presso i seguaci di altre religioni, al fine di “promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”. Il Santo Padre ha ripetutamente chiesto ai gesuiti di fare del dialogo interreligioso una priorità apostolica per il terzo millennio. In un mondo in cui i cristiani formano meno del 20% della popolazione, si impone da sé che noi collaboriamo con gli altri per realizzare scopi comuni. Nel contesto delle divisioni, sfruttamenti e conflitti che le religioni, incluso il cristianesimo, hanno prodotto lungo il corso della storia, il dialogo cerca di far dispiegare il potenziale unificante e liberante di tutte le religioni, mostrando cosi la rilevanza della religione per il benessere dell’uomo, la giustizia e la pace del mondo. Sopra ogni altra cosa è necessario che entriamo in relazione positiva con i credenti di altre religioni, perché essi sono nostri prossimi; gli elementi comuni delle nostre eredità religiose e della nostra sollecitudine per l’uomo ci obbligano a stabilire legami sempre più stretti, basati su valori etici universalmente accettati. Il dialogo è “attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità” e non dovrebbe “mai diventare una strategia per dar origine a conversioni”. Essere religiosi oggi è essere interreligiosi, nel senso che una positiva relazione con credenti di altre fedi è esigenza ineludibile in un mondo caratterizzato dal pluralismo religioso.

[131] 4. La Compagnia deve favorire il quadruplice dialogo raccomandato dalla Chiesa:
“a. Il dialogo della vita, dove le persone si sforzano di vivere in uno spirito di apertura e di buon vicinato, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loro problemi e le loro preoccupazioni umane.
b. Il dialogo delle opere, dove i cristiani e gli altri collaborano in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente.
c. Il dialogo degli scambi teologici, dove gli esperti cercano di approfondire la comprensione delle loro rispettive eredità religiose e di apprezzare i valori spirituali gli uni degli altri.
d. Il dialogo dell’esperienza religiosa, dove persone radicate nelle proprie tradizioni religiose condividono le loro ricchezze spirituali, per esempio per ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e le vie della ricerca di Dio o dell’assoluto”.

[132] Il dialogo di scambio teologico può essere portato avanti più facilmente con le religioni che hanno una tradizione scritta. Tuttavia è ugualmente importante il dialogo con le religioni indigene. Queste esprimono un senso del divino e del trascendente a cui “ci si deve avvicinare […] con grande sensibilità, poiché racchiudono valori spirituali e umani”. Esse hanno un ruolo importante nel creare armonia dell’ambiente ed uguaglianza Ira gli uomini, e hanno sviluppato una grande varietà di espressione e di modi di comunicazione dell’esperienza religiosa, mediante pratiche devozionali, rituali, danze e canti, che sono una vera sorgente di benedizioni.

La Compagnia e il dialogo interreligioso

[133] 5. La nostra esperienza nel servizio della fede e promozione della giustizia in questi ultimi venti anni ha portato molti di noi a un più stretto contatto con credenti di altre religioni. Essi ci hanno aiutato a rispettare la pluralità di religioni come risposta umana all’operare salvifico di Dio tra i popoli e le culture. Ci rendiamo conto che Dio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino, conduce i credenti di tutte le religioni all’armonia del suo Regno in modi che solo Lui conosce. Lo Spirito di Dio è in continuo dialogo con essi. “Il dialogo interreligioso al suo più profondo livello è sempre un dialogo di salvezza, perché cerca di scoprire, chiarificare e comprendere meglio i segni dell’antico dialogo che Dio mantiene con l’umanità”. Un dialogo interreligioso aperto e sincero è la nostra collaborazione con il continuo dialogo di Dio con l’umanità. “Col dialogo, noi lasciamo che Dio sia presente in mezzo a noi; poiché quando noi ci apriamo gli uni agli altri nel dialogo, apriamo noi stessi anche a Dio”. Il dialogo interreligioso è pertanto “un lavoro desiderato da Dio”, “un elemento integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa” , che trova espressione nel servizio della fede e nella promozione della giustizia.

[134] 6. Il nostro servizio della fede si realizza oggi in un mondo che sta diventando sempre più cosciente della pluralità di esperienze religiose nelle diverse religioni. Il dialogo ci aiuta a riconoscere che queste religioni hanno il dono di un’autentica esperienza dell’autocomunicazione della divina Parola e della presenza salvifica dello Spirito divino. Nella comunione ecclesiale noi sperimentiamo in Gesù Cristo la rivelazione, singolarmente concreta, della Parola divina e l’effusione, a portata universale, dello Spirito divino. Con amore e convinzione noi condividiamo tale esperienza con le nostre sorelle e fratelli di altre religioni, perché “tutti siamo pellegrini in viaggio per trovare Dio nel cuore umano”.

[135] 7. Dialogo interreligioso e annuncio del Vangelo non sono ministeri opposti, quasi che uno potesse sostituirsi all’altro. Ambedue sono aspetti dell’unica missione evangelizzatrice della Chiesa. “Occorre, infatti, che questi due elementi mantengano il loro legame intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non vanno nè confusi, né strumentalizzati, né giudicati equivalenti, come se fossero intercambiabili”. Il dialogo si estende sino al mistero di Dio operante negli altri. L’annuncio testimonia e rende noto il mistero di Dio come esso ci è stato manifestato in Cristo. Il nostro spirituale incontro con credenti di altre religioni ci aiuta a scoprire dimensioni più profonde della nostra fede cristiana e orizzonti più ampi della presenza salvifica di Dio nel mondo. “Il dialogo è una nuova maniera di essere Chiesa” (Paolo VI). Attraverso l’annuncio gli altri incontrano il Dio misericordioso nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo, il cui Spirito realizza una nuova creazione in ogni ambito della vita. Senza in alcuna maniera relativizzare la nostra fede in Gesù Cristo o prescindere da una valutazione critica delle esperienze religiose, siamo chiamati ad afferrare la verità più profonda e il significato del mistero di Cristo in relazione alla storia universale dell’autorivelazione di Dio. “Lo Spirito che è stato attivo nell’incarnazione, vita, morte e risurrezione di Gesù, e nella Chiesa, è lo stesso che era attivo in mezzo a tutti i popoli prima dell’Incarnazione ed è attivo in mezzo alle nazioni, religioni e popoli oggi”.

[136] 8. Il nostro coinvolgimento nella promozione della giustizia avviene in un mondo in cui i problemi di ingiustizia, sfruttamento e distruzione dell’ambiente naturale hanno assunto dimensioni mondiali. Le religioni sono state anch’esse responsabili di questi fatti peccaminosi. Pertanto il nostro impegno per la giustizia e la pace, i diritti umani e la protezione dell’ambiente deve essere attuato in collaborazione con i credenti di altre religioni. Noi crediamo che le religioni contengono un potenziale di liberazione che, mediante la collaborazione interreligiosa, potrebbe creare un mondo più umano. Attraverso questo processo lo Spirito Santo supera le strutture di peccato e ricrea la faccia della terra, sino a che Dio sia tutto in tutti. Gesù mirò sempre alla persona umana quale centro delle credenze e pratiche religiose. Per questo l’impegno per la liberazione umana integrale, specialmente del povero, diventa punto di incontro delle religioni. “I cristiani daranno la mano a tutti gli uomini e le donne di buona volontà e lavoreranno insieme per far nascere una società più giusta e pacifica in cui il povero sarà il primo ad essere servito”.

Orientamenti e direttive

[137] 9. Benché il dialogo interreligioso sia un elemento integrante della missione del gesuita, le forme della sua pratica dipendono dalle concrete situazioni della nostra vita e del nostro lavoro. Le religioni indigene e le grandi religioni del mondo, i nuovi movimenti religiosi e i gruppi fondamentalisti ci invitano a un dialogo appropriato alle prospettive e alle sfide di ciascuno. Non è pertanto possibile dare direttive universalmente valide per il dialogo in quanto tale. Ciò che è importante è che cresciamo nell’apertura allo Spirito divino per essere capaci di camminare con gli altri in un “fraterno viaggio in cui ci accompagnamo vicendevolmente verso la meta che Dio ci pone dinanzi”. Le seguenti direttive offrono un orientamento per sviluppare una cultura di dialogo nella nostra vita e nel nostro ministero.

[138] 9.1 La nostra spiritualità dovrebbe essere caratterizzata da un “profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole”. Conseguentemente dovremmo essere attenti all’universale ricerca di esperienza contemplativa del Divino e compassionevoli verso il povero che cerca giustizia e libertà. Cercheremo di arricchirci delle esperienze spirituali e dei valori etici, delle prospettive teologiche e delle espressioni simboliche di altre religioni.

[139] 9.2 Un dialogo genuino con credenti di altre religioni esige che noi approfondiamo la nostra fede e impegno cristiano, poiché un autentico dialogo avviene solo tra chi è radicato nella propria identità. Per questa ragione abbiamo bisogno di un solido fondamento in filosofia e teologia, con una speciale concentrazione sulla persona e mistero di Gesù Cristo. La Congregazione Generale 34ª raccomanda vivamente a tutti i gesuiti di studiare accuratamente i decreti del Vaticano II, i documenti pontifici e i pronunciamenti delle conferenze episcopali sul valore e la necessità del dialogo interreligioso.

[140] 9.3 Una migliore conoscenza delle credenze e delle pratiche di altre religioni deve essere data, nella nostra formazione, attraverso corsi speciali e un concreto inserimento in un ambiente pluralistico. Consci che il fulcro di ogni vera religione sta nella sua capacità di condurre le persone a un’autentica e più profonda esperienza spirituale, è importante che noi rafforziamo, nella nostra formazione, la dimensione mistica della fede cristiana e della spiritualità gesuitica, nell’incontro con le tradizioni spirituali degli altri.

[141] 9.4 Il nostro annuncio del Vangelo deve essere sensibile al background religioso e culturale di coloro ai quali viene rivolto, con attenzione “ai “segni dei tempi” attraverso cui lo Spirito di Dio parla, istruisce e guida”.

[142] 9.5 La riflessione teologica deve insistere sul “significato delle varie tradizioni religiose nel disegno di Dio e sull’esperienza di coloro che trovano in esse il loro alimento spirituale”. Essa deve esplorare il significato dell’evento Cristo nel contesto dell’evoluzione spirituale dell’umanità, articolata nella storia delle religioni.

[143] 9.6 Il nostro impegno per la giustizia richiede che noi condividiamo la vita e le lotte dei poveri, e lavoriamo con credenti di altre religioni nel creare comunità umane di base fondate sulla verità e l’amore. Nell’azione sociale noi dovremmo volentieri lavorare con essi nella denuncia profetica delle strutture di ingiustizia e nella creazione di un mondo di giustizia, pace e armonia.

[144] 9.7 I nostri centri culturali e sociali vorranno individuare e promuovere la dinamica liberante delle religioni e culture locali ed avviare progetti comuni per la costruzione di un ordine sociale giusto.

[145] 9.8 Le nostre istituzioni educative debbono far prendere coscienza ai loro studenti del valore della collaborazione interreligiosa e debbono promuovere in essi una comprensione di fondo e il rispetto della visione di fede dei membri delle diverse comunità religiose locali, mentre approfondiscono la loro risposta di fede a Dio.

[146] 9.9 Il servizio pastorale deve preparare le nostre comunità cristiane al dialogo. Noi dobbiamo interessarci di coloro che sono oltre i confini della comunità cristiana e aiutarli a sperimentare l’amore compassionevole di Dio nelle loro vite. “Siamo tutti figli di Dio e tutti dobbiamo lavorare insieme in armonia per il mutuo beneficio di tutti”. La Chiesa è una comunità pellegrinante che cammina con persone di altre fedi verso il Regno che deve venire”. In questo cammino essa è chiamata ad essere la voce dei senza-voce, in particolare dei giovani, delle donne e dei poveri.

[147] 10. Alcuni gesuiti si sono già esercitati nel quarto aspetto del dialogo e sono attivamente impegnati nel dialogo tra esperti in tradizioni religiose. La loro esperienza è stata ricompensata e fruttuosa. La loro fede e stata approfondita e condivisa con altri e il loro rispetto per la spiritualità delle altre religioni è cresciuto. Ma, dato il compito che ci aspetta, il loro numero è inadeguato.

[148] 11. La Congregazione Generale 34ª incoraggia ogni Assistenza a preparare gesuiti in grado di diventare esperti nel quarto aspetto del dialogo interreligioso. Poiché questo dialogo sta diventando una questione di portata mondiale, tale pianificazione dovrebbe includere uno scambio di persone interprovinciale e internazionale e realizzarsi in collaborazione con altri gruppi. I gesuiti coinvolti in questo aspetto del dialogo interreligioso hanno una responsabilità in due direzioni: 1) avviare un dialogo onesto e rispettoso con esperti di altre tradizioni religiose; 2) comunicare i frutti ditale dialogo a quanti nella Compagnia sono impegnati nei primi tre aspetti di esso, per aiutarli a comprendere e apprezzare la sua urgenza. Trattandosi di una frontiera nuova e inesplorata, ci saranno certamente incomprensioni e malintesi. Siamo ancora una volta invitati a fare nostro il “presupponendum” di S. Ignazio: “Essere più disposti a salvare l’affermazione del prossimo che a condannarla”.

Riferimenti particolari

[149] 12. Il dialogo col popolo ebraico ha un posto unico. La prima Alleanza, che è la loro e che Gesù, il Messia, è venuto a portare a compimento, “non è mai stata revocata”. Una comune storia ci unisce e al tempo stesso ci divide dai nostri fratelli e sorelle maggiori, il popolo ebraico, nel quale e attraverso il quale Dio continua ad agire per la salvezza del mondo. Il dialogo col popolo ebraico ci rende capaci di divenire più pienamente consapevoli della nostra identità di cristiani. Dalla promulgazione della Nostra Aetate, nel 1965 , la Chiesa cattolica ha radicalmente rinnovato il dialogo ebraico-cristiano dopo secoli di polemiche e di ostilità, cui anche la nostra Compagnia ha preso parte. L’entrare in una sincera e rispettosa relazione col popolo ebraico è uno degli aspetti dei nostri sforzi per “sentire con e nella Chiesa”.

[150] 13. L’emergere dell’Islam come forza religiosa, politica ed economica è un fatto del nostro mondo, anche nei paesi cristiani occidentali: davvero è diventata una religione mondiale. Anche se rivalità passate, conflitti e guerre hanno reso il dialogo in tempi recenti più difficile, sia la Chiesa che la Compagnia si sono sforzate di costruire ponti di mutua comprensione tra cristiani e musulmani. Nel Vaticano II la Chiesa ha espresso la sua stima per i musulmani, riconoscendo i valori positivi nell’Islam e mettendo in evidenza gli stretti legami che i musulmani hanno con la Chiesa. Le relazioni della Compagnia di Gesù con i musulmani risalgono a S. Ignazio stesso, dal tempo in cui scoprì la sua vocazione a Manresa come chiamata ad andare a Gerusalemme e a rimanervi in mezzo ai musulmani. L’esperienza di gesuiti che hanno accostato musulmani con preparazione, conoscenza e rispetto, ha mostrato che un dialogo fruttuoso è davvero possibile. Tuttavia, in alcuni posti i gesuiti hanno trovato difficoltà nel dialogare con i musulmani, specialmente negli stati che si basano sulla Legge Islamica. In tali situazioni essi temono possibili violazioni dei diritti religiosi ed anche dei diritti umani fondamentali. Per affrontare queste situazioni, i gesuiti hanno bisogno di grande fede, coraggio e appoggio dal resto della Compagnia.

[151] 14. Gli induisti in generale gradiscono le iniziative cristiane di dialogo. La loro triplice via di crescita spirituale attraverso la devozione ardente, la meditazione profonda e l’azione per il benessere di tutti, offre una visione e un modo di vita integrati. Le loro profonde ricerche filosofiche e percezioni mistiche, i loro nobili valori etici, l’eredità “ashram” ed il ricco simbolismo di pratiche religiose popolari, aprono ampie strade per un dialogo fruttuoso. Nel contesto delle discriminazioni sociali e di movimenti di revival, parzialmente causati da ideologie religiose, il coinvolgimento dei gesuiti nel dialogo tra induisti e cristiani diventa un grande imperativo.

[152] 15. Il buddismo, nelle sue molteplici forme, è una delle religioni maggiori che influenza la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Le “Quattro Nobili Verità” e la “Ottuplice Via del Budda” propongono una visione di questo mondo basata sulla sua essenziale inadeguatezza e un modo di vita che, mediante la pratica di disciplina morale, saggezza e meditazione, conduce a uno stato di liberazione interiore e illuminazione spirituale. Il buddismo chiama i suoi seguaci ad una compassione universale disinteressata verso tutte le creature viventi; esso esercita una speciale attrattiva sugli uomini e le donne del nostro tempo che cercano un’esperienza spirituale vera, personale. Il dialogo con i buddisti rende i cristiani capaci di unirsi a loro per far fronte alla fondamentale frustrazione che tanti sentono oggi, ed affrontare insieme problemi di giustizia, sviluppo e pace; inoltre invita i cristiani a riscoprire le ricchezze contemplative nell’ambito della propria tradizione.

[153] 16. Il fenomeno del fondamentalismo religioso, che si trova in tutte le religioni, compreso il cristianesimo, crea serie difficoltà. Una preoccupazione appassionata di tornare alle fondamenta di ciascuna religione, unitamente ad una reazione all’assalto della moderna cultura secolarizzata, hanno dato grande impulso alla crescita di movimenti di revivaI. La storia di oppressione di una religione da parte di un’altra dominante, ha prodotto animosità e pregiudizi che infuocano ancor più tali movimenti. Spesso sentimenti e strutture religiose sono manipolati da gruppi di potere politico, economico, culturale o etnico in funzione della salvaguardia di loro interessi acquisiti. Tutto questo dà vita a ideologie e movimenti fondamentalisti entro le comunità religiose. La nostra responsabilità di gesuiti è di “capire perché i membri di un movimento di revivaI hanno assunto questa particolare posizione, e di scoprire in modo non viziato da pregiudizi le loro legittime intenzioni e i loro sentimenti feriti”. Questo può aprire la strada al dialogo e alla riconciliazione; ciò che richiede da noi la disponibilità a riconoscere i nostri passati atteggiamenti intolleranti e le nostre ingiustizie verso gli altri. Si dovrebbe ricorrere ad un discernimento apostolico per determinare ciò che può esser fatto in tali situazioni.

Conclusione

[154] 17. Come Compagni di Gesù inviati nel mondo di oggi, un mondo caratterizzato dal pluralismo religioso, abbiamo una particolare responsabilità nel promuovere il dialogo interreligioso. La visione ignaziana della realtà assicura l’ispirazione spirituale e ministeriale che dà fondamento a questo urgente compito. Essa apre i nostri occhi all’incomprensibile mistero della presenza salvifica di Dio (Deus semper maior) nel mondo. Essa ci rende sensibili allo spazio sacro del diretto incontro di Dio con le persone nella storia. La contemplazione di Dio che “lavora in tutte le cose” ci aiuta a discernere lo spirito divino nelle religioni e nelle culture. La meditazione del Regno ci rende capaci di comprendere la storia come storia di Dio con noi. L’eredità di risposta creativa, propria della Compagnia, alla chiamata dello Spirito nelle concrete situazioni della vita è un incentivo a sviluppare una cultura di dialogo nel nostro accostarci a credenti di altre religioni. Tale cultura di dialogo dovrebbe diventare una caratteristica distintiva della nostra Compagnia, inviata in tutto il mondo per lavorarvi alla maggior gloria di Dio e in aiuto delle persone.

Raccomandazioni al Padre Generale

[155] 18. La Congregazione Generale 34ª chiede al Padre Generale di verificare se è possibile costituire un Segretariato per il dialogo interreligioso, che promuova e coordini le iniziative dei gesuiti in questo ambito. Il Segretariato potrebbe contribuire a far sì che i programmi di formazione dei gesuiti siano organizzati in vista di un più ampio coinvolgimento nel dialogo. Potrebbe inoltre pubblicare un Bollettino per lo scambio, tra gesuiti, di esperienze e riflessioni teologiche nell’ambito del dialogo.

[156] 19. La Congregazione Generale 34ª chiede al Padre Generale di verificare se è possibile istituire un Dipartimento per lo Studio delle Religioni presso l’Università Gregoriana. Tale Dipartimento potrebbe offrire corsi accademici sul giudaismo, Islam, induismo, buddismo e altre religioni, come pure sulla teologia delle religioni. Potrebbe anche stabilire relazioni accademiche con altre università e centri di studio religiosi nelle varie parti del mondo.

[157] 20. La Congregazione Generale 34ª chiede al Padre Generale di verificare se è possibile ampliare gli obiettivi apostolici della comunità gesuitica del Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme, cosicché, in dialogo e intesa con altri centri cristiani di Gerusalemme, i gesuiti di là possano formulare e sperimentare programmi di dialogo interreligioso fra giudei, cristiani e musulmani, mentre continua la loro opera di rinnovamento biblico e spirituale dei gesuiti di varie Province.

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