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Gesuiti
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Storie di vocazione

Michele Papaluca SJ

Riempito fino all’orlo: un vuoto finalmente abitato!

Se dovessi scegliere un’immagine per presentarmi, sceglierei quella del viaggiatore, del pellegrino, del “caminante”. Colui che si muove perché in ricerca, non si accontenta mai, sa che più avanti c’è un di più.

Michele Papaluca SJ, gesuita

Mi piacerebbe fare mia una definizione di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù: pellegrino della volontà di Dio. Appunto!

Lavoro da qualche anno nel Movimento Eucaristico Giovanile a tempo pieno; e, come il mio padre fondatore, mi sono messo in cammino un giorno preciso, che ricordo molto bene. La “terra” da cui sono partito era il vuoto che mi portavo dentro, sebbene animato da grandi sogni, soprattutto di giustizia, che però non trovavano modo per esprimersi. Era un vuoto soprattutto di volti, nonostante avessi una vita di relazione molto ricca, credendo persino di servire Dio e la Chiesa. Solo che la vita mi sfuggiva di mano.

Volevo stare dalla sua parte

La mia famiglia è stata la culla in cui ho imparato l’arte di essere uomo e a biascicare le prime preghiere, scuola di vita e di fede. La Parola di Dio, gli Esercizi Spirituali e un buon padre spirituale mi hanno aiutato a trovare quel volto tanto desiderato: Gesù, il suo stile di vita, povero, itinerante, il suo modo di stare dalla parte degli esclusi, degli emarginati. Lui, la sua Buona Notizia che è per tutti e innanzi tutto per i poveri e gli esclusi, erano la mia terra promessa.

L’incontro con la Parola di Dio, ascoltata e meditata nel solco della spiritualità ignaziana, e in particolare degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio, hanno segnato una svolta. Grazie a un padre gesuita sapiente, ho imparato a dare un nome al mio mondo interiore e a quanto mi accadeva intorno. Ho scoperto piano piano che la mia sete di giustizia per la mia terra martoriata ancora oggi da quel male assoluto che è la mafia calabrese, la ‘ndrangheta, e la passione per la libertà e il servizio degli ultimi, trovavano piena espressione e realizzazione nei sogni di Gesù. In definitiva, non solo Gesù mi affascinava, ma i suoi sogni erano i miei sogni. Il mio era un vuoto finalmente abitato! Volevo stare dalla Sua parte e vivere come Lui.

Essere sacerdote gesuita

La gioia tornava a splendere alta nel mio cielo. E questa gioia che volevo condividere con i miei fratelli e sorelle è diventata così progetto di vita, presente e “per sempre”. Scegliere di essere prete nella Compagnia di Gesù in povertà castità e obbedienza, realizzava appieno tutti i desideri di bellezza e di giustizia che mi avevano animato fino a quel momento.

Essere prete oggi per me è il mio modo di essere unito a Cristo in un modo del tutto speciale che trova la sua massima espressione nell’Eucaristia celebrata quotidianamente e che diventa vita, incontro e servizio gioioso degli altri, in particolare dei giovani.

Un mio pensiero costante è “buttarmi nelle relazioni”, non risparmiarmi. Essere sacerdote gesuita mi permette di farlo non dando solo me stesso, ma soprattutto il meglio della tradizione ignaziana fatta di ascolto, cura, attenzione, discernimento spirituale nell’annuncio della Parola di Dio.

Servire la vita

Ecco, l’ascolto degli altri, il vedere aprirsi giovani cuori al tocco gentile di Dio, o semplicemente ammirare lo spettacolo di fratelli e sorelle che riemergono alla vita, risorgono letteralmente dal buio del peccato o di vite confuse, se non sprecate, è una delle gioie più grandi del mio apostolato. Qualcosa che è tanto tangibile nel sacramento della riconciliazione e nell’accompagnamento spirituale.

Servire la vita negli altri, lasciarla fiorire grazie al Vangelo, servendo la Chiesa, questo per me è servire Dio e la sua maggior gloria. Questo è per me una forma di giustizia: solo un cuore trasformato può trasformare il mondo in cui viviamo in un mondo più giusto e solidale. Gesù e la sua Buona Notizia possono operare questo miracolo.

Molti motivi per dire grazie

Ancora oggi la Parola di Dio, la relazione intima con Lui, la preghiera che diventa sempre più parca di parole, essenziale, sono il motore della mia esistenza, di ciò che faccio, delle mie relazioni, di come vivo tutto questo, nonostante le mie fatiche e le mie fragilità. Soprattutto, è una relazione con una Persona, anzi, con tre Persone. Sant’Elisabetta della Trinità usava dire, “i miei Tre”. “Questi Tre”, il Padre il Figlio lo Spirito Santo, sono il mio orizzonte, “l’ambiente naturale” in cui mi muovo, che mi dà linfa vitale, e da cui tento di far partire ogni mia azione. Quest’incontro dà sapore a tutto il resto, lo qualifica, lo indirizza.

Oggi mi sento a casa, nella Compagnia di Gesù e ringrazio Dio per il dono della vocazione sacerdotale. Essere prete e gesuita non è poi così male: hai il mondo come casa, un Amore certo e fedele, tutta l’umanità come famiglia e la conquista di tutto senza possedere nulla.

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