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Il monogramma sacro

Le lettere IHS sono le iniziali latine della dicitura “Gesù Salvatore degli uomini” (lesus Hominum Salvator). Si tratta di un’esplicitazione del senso ebraico di “Ieshua” (“Dio salva”). Ma IHS sono soprattutto le tre prime lettere greche maiuscole del nome “Gesù” (IH OUC). Questo “monogramma” di Gesù fu largamente diffuso alla fine del Medioevo, in particolare per opera di San Bernardino da Siena. Lo troviamo anche a metà del 500 nella Ginevra calvinista. Sant’Ignazio e i primi gesuiti lo adottarono presto per sottolineare il legame particolare con la persona di Gesù, nel nuovo ordine religioso chiamato appunto “Compagnia… di Gesù”. Ignazio non volle che i suoi compagni si chiamassero “ignazisti” o “ignighisti”, ma “compagni di Gesù”. Cioè coloro che condividono lo stesso pane (cum-panis), la stessa vita, con la persona concreta di Gesù Cristo. Molte sono le lettere di Sant’Ignazio intestate con questo monogramma. E nella prima edizione dei suoi Esercizi Spirituali (1549) il santo sceglie come frontespizio il monogramma iscritto in un sole, simbolo che contiene la coincidenza fra invocazione del Nome e illuminazione. La croce aggiunta sopra la lettera H sta a significare che il Nome di Gesù, cioè la sua identità, si manifesta principalmente nella croce. La croce è “il Nome” di Gesù, cioè in definitiva “ciò che si può dire di Gesù”. Questa coincidenza fra croce e nome era già presente nei monogrammi che nella tradizione cristiana hanno preceduto l’IHS. […] Questo modo stilizzato di rappresentare Cristo come “Nome che forma una croce” era un modo per i primi cristiani di descrivere Gesù come “il Nome” di Dio. La vita stessa di Gesù (e in particolare la sua morte e Risurrezione) “dice” chi è Dio, cioè pronuncia fisicamente” il Nome che era stato rivelato a Mosè.
Il Nome di Dio è una kenosi,  non tanto per il suo significato quanto per la sua stessa esistenza.
Il fatto che “ci-sia”, permette di “pronunciare Dio”, di “masticarlo”. Cioè di ridurlo a linguaggio umano, di negare la sua radicale Differenza, la sua santità. Il Nome di Dio ha qualcosa della bestemmia. In-vocare Dio è sempre in qualche modo con-vocarlo a processo, accusarlo, come faceva Giobbe prima di rimanere senza parole davanti alla teofania. Questa caratteristica è esattamente parallela a quella della visibilità di Dio. “Vedere” Dio, come “pronunciarlo”, è morire perché è voler annulare la santità del “Totalmente Altro”. Ma Dio si è consegnato alla lingua degli uomini come si consegna al loro sguardo. È la bestemmia di cui lo stesso Gesù è giudicato e condannato. Nome e Incarnazione sono sulla stessa linea. È la dinamica della kenosi, cioè della croce.
Perciò i primi cristiani potranno subito vedere in Cristo il Nome “ipostatizzato” di Dio. In una omelia anonima del secolo II leggiamo: «Ora il Nome del Padre è il figlio». Nel tematizzare così la seconda persona della Trinità convergono due tradizioni: il Logos pagano e il «Nome» ebraico. Dalla Stoa classica a Filone, il Logos ha un carattere eminentemente demiurgico e cosmologico. Questa “Parola” creatrice sarà assimilata alle diverse personificazioni veteroterstarnentarie come la Saggezza, la Legge, la Shekinà, il Nome. Ma Cristo non è solo la sintesi di queste due tradizioni. Nella sua morte-risurrezione si compie uno scarto senza precedenti che smentisce ogni attesa e al tempo stesso la porta al suo massimo e mai immaginato compimento. Nella croce, egli è Logos creatore fino alla morte. Saggezza fino alla stoltezza e lo scandalo, Legge fino alla condanna, Shekinà fino all’assenza, Nome fino al silenzio, Immagine fino al perdere ogni apparenza. La croce rivela il Nome come Super-bestemmia perché assume dentro di sé la bestemmia dell’uomo che vuole possedere Dio. A chi voleva annullare la trascendenza divina, Cristo come Nome si dona a “masticare” coprendo così tutta la distanza fra trascendenza e immanenza, lo spazio della Santità. Perciò, “Santo è il suo Nome”.

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