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Gesuiti
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Storie di vocazione

Florin Silaghi SJ

Tra racconto e immagine

Nella Romania comunista sono nati in me desideri che andavano oltre i confini del mondo che conoscevo. Poi l’incontro con la Compagnia di Gesù…

Florin Silaghi SJ, gesuita

“Sei tu il mio sostegno fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu mi hai tratto.” (Sal 71,6)

Sono nato in Romania a metà degli anni Settanta, quando il regime comunista raggiunse la sua piena fase di consolidamento del progetto socialista, caratterizzata dall’intensificazione del controllo politico e ideologico, esercitato anche attraverso un maggiore controllo istituzionale sulla Chiesa cattolica di rito latino (la Chiesa cattolica di rito orientale fu soppressa nel 1948).

Provengo da una famiglia molto semplice di lavoratori, che hanno trasmesso ai loro due figli tanto la fede dei loro antenati cattolici di una Chiesa soppressa quanto l’amore per il bene e per il bello.

Fino all’ingresso nel noviziato ho vissuto a Satu Mare, una piccola città di confine con l’Ungheria e l’Ucraina, una cittadina multietnica, pluriconfessionale e multireligiosa. Come primogenito, ho sempre dovuto accudire mio fratello, ma ho anche sempre goduto di una maggiore indipendenza e libertà.

Il desiderio del magis

Curioso, praticante e abbastanza coraggioso, ho fatto presto a conoscere la vita clandestina dei sacerdoti e delle persone consacrate, proibite dal regime. Con loro scoprii un mondo che mi permise di desiderare più di quanto molti miei coetanei riuscissero a vedere o a comprendere. Le dimensioni discrete della vita di fede e della ricerca della conoscenza del meglio (magis) mi aiutarono a sperare e a trovare la capacità di intuire che il mondo in cui vivevo era molto più vasto di quello che allora mi era dato sperimentare. I desideri che stavo nutrendo sembravano avere un orizzonte che oltrepassava i confini angusti entro i quali ero costretto a vivere.

Due passioni

I primi passi verso un discernimento di quelli che allora apparivano come i primi elementi di una vocazione li compii durante gli anni delle superiori (Liceo Scientifico Nazionale), con grande docilità e discrezione. Furono anni di apertura, in cui non mancarono le sfide, ma neppure le nuove libertà rese possibili dalla caduta del regime totalitario. È lì che presero forma due passioni, entrambe con radici ancora fragili ma vive; erano germogliate già durante il comunismo, senza però aver trovato allora abbastanza luce per potersi sviluppare: la fotografia e il racconto.

La Compagnia, una boccata d’aria

In quegli stessi anni l’incontro con la Compagnia rappresentò la boccata d’aria che mi permise di dare un nome a ciò che stava nascendo dentro di me. Mi ritrovai, insieme a un caro amico, tra i più giovani partecipanti a un corso di ritiro per la scelta di vita. Dopo poco più di un anno arrivò la grande sfida: mi trovai nel noviziato. Rimane ancora viva l’immagine di una comunità (8 novizi, il maestro, il socio e il ministro) che viveva unita, ma dispersa in tre appartamenti dello stesso condominio, condiviso con altre sette famiglie, in uno dei quartieri più popolosi della città: Mănăștur (Monastero).

Il tempo non più misurato in giorni

Appena compiuti vent’anni, prima di varcare la soglia di una novità senza confini, pronunciai con emozione ed entusiasmo, come se fosse una nuova preghiera, la formula dei primi voti. Due giorni dopo giunsi là dove, con la prima missione, cominciarono quegli anni nei quali il tempo non si sarebbe più misurato soltanto in giorni, ma soprattutto in tutto ciò che avrei desiderato e sarei riuscito a ricevere e a condividere: quasi tutto ciò che ha contribuito a plasmare la persona che sono oggi.

Un periodo fatto di vissuti, sogni ed esperienze con un ruolo incisivo nel mio cammino. Per quanto discreti o profondi, di natura ontologica, spirituale, epistemologica o pragmatica, questi vissuti mi hanno consentito di diventare sempre più compagno di altri compagni, chiamati insieme a servire l’unica missione di Colui che ci ha invitati a seguirlo.

Tra filosofia, teologia e cinema 

Il triennio di filosofia (Padova) mi ha preparato ai due cicli di teologia (Parigi), dove la doppia passione per l’annuncio del Vangelo e per il servizio al suo popolo ha raffinato quella del racconto attraverso l’immagine.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, la scuola di cinema (Los Angeles) mi ha lanciato, qualche anno più tardi, nel mondo delle giurie dei festival di cinema e TV e nella produzione audiovisiva, campo nel quale opero tuttora.

Ho vissuto queste esperienze maturando nella fede, apprendendo nuove lingue e nuovi linguaggi, condividendo la vita e collaborando con compagni provenienti dagli angoli più diversi del mondo, ciascuno portatore della propria cultura, del proprio modo di essere, di operare e di mettersi in relazione.

Volgendo uno sguardo rapido ai miei primi sedici anni di studio e di formazione, scrutando le esperienze e ricordando i nomi e i volti incontrati nelle prime cinque comunità, in altrettanti Paesi diversi, mi rendo conto dell’universalità sempre più incarnata del dono di questa chiamata.

Ritorno a un rinnovato amore

Il periodo milanese è stato come un balsamo su una ferita. Mi ha consentito di concludere il dottorato di ricerca, collaborare per qualche anno nella pastorale dello sport al Centro Schuster e cominciare la collaborazione con la rete di scuole latinoamericane Fe y Alegría in Italia.

Prima di cominciare il lavoro a tempo pieno nella produzione di programmi per Angelus TV, la sosta di sei mesi nella Repubblica Dominicana e a Cuba, per concludere l’ultima tappa della formazione, è stata una vera benedizione. Operare nella pastorale rurale dei due Paesi dei Caraibi, dedicare generosamente tempo alla rilettura del cammino compiuto nella Compagnia e approfondire gli elementi essenziali che fondano la nostra missione comune è stato il più prezioso regalo, ricevuto e donato allo stesso tempo.

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